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Elezioni Afghane, un fallimento annunciato (e il peggio deve ancora venire)

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Kabul, un altro giro di giostra

Come ampiamente previsto, le elezioni presidenziali afghane sono state un fallimento. Non in termini di sicurezza, i bilanci (provvisori) parlano di cinque vittime nella giornata del voto che – considerando il livello usuale di violenze in Afghanistan – è un dato di successo, se non fosse che un morto è sempre uno di troppo.
Il fallimento è politico e purtroppo il peggio deve ancora venire. Vediamo perchè.

Dopo anni in cui hanno sfidato rischi, violenze e brogli, gli afghani questa volta non si sono presentati in massa alle elezioni anzi hanno fatto registrate l’affluenza più bassa dal 2001 (circa il 25% degli aventi al voto).
Personalmente l’avevo previsto, non era difficile sulla base di due elementi che ho avuto la fortuna di toccare con mano, sul campo:
– Gli afghani hanno definitivamente perso fiducia nel processo democratico dopo il tracollo della macchina elettorale alle parlamentari del 2018, tra mancato funzionamento dell’identificazione biometrica, sette mesi per avere i risultati finali, la condanna giudiziaria dei vertici della commissione indipendente per le elezioni
– I mesi trascorri ad aspettare notizie sul processo di pace, hanno cristallizzato l’idea di un governo debole, messo a bordo campo dagli americani, sbeffeggiato dai talebani, insomma una causa persa a cui non dedicare più nemmeno un minuto.

In quanto al mondo politico, nessuno voleva andare al voto, salvo il presidente Ghani ha insistito, con una cieca testardaggine.
Ghani ha cercato la riconferma ma anche di sbarazzarsi della difficile co-abitazione con Abdullah Abdullah; una coabitazione imposta da John Kerry nel 2014 quando il Paese era precipitato nello stallo politico con Ghani e Abdullah a scambiarsi accuse di ogni genere reclamando la vittoria.
Perchè sarebbe stato opportuno non votare? Perchè per mesi i “Doha’s rounds” (le trattative di pace tra americani e talebani) hanno fatto passi in avanti, tutti hanno scommesso sul successo – ormai a portata di mano – dei colloqui. Era evidente che in caso di firma di un accordo di pace, le elezioni sarebbero state rinviate per poter dar modo ai talebani di entrare in un governo di transizione. Quando tutto è saltato mancavano venti giorni al voto, i (pochi) manifesti elettorali a Kabul sono stati affissi all’ultimo minuto, segno che ormai nessuno – tranne Ghani – voleva spendersi (e spendere) in una campagna elettorale inutile.

Perchè il peggio deve ancora venire? Perchè ci vorranno mesi (quanti?) per conteggiare i voti, poi partirà il gioco dello scambio di accuse di brogli (del resto il sistema è pieno di falle) fino ad arrivare ad uno stallo. A quel punto, gli americani cosa faranno? Si occuperanno come fece Kerry di una soluzione? Se si quale? Pro Abdullah o, di nuovo, a favore di Ghani? Oppure molleranno definitivamente la presa. Insomma davanti a noi ci sono mesi di giri di giostra. I relativi scossoni investiranno questa volta, al contrario del 2014, un apparato politico-statale debole come non mai e a rischio di collassare mentre gli afghani ormai faticano a distinguere la democrazia come valore dalla democrazia messa in pratica nel loro Paese. Sono pronti a buttar via entrambi.

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Nico Piro

Provo a dare voce a chi non ha voce, non sempre ci riesco ma continuo a provarci. Sono un giornalista, inviato speciale lavoro per... continua a leggere