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32 anni dopo, poco è cambiato

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La Storia è fatta di immagini che riescono a sintetizzarne la portata epocale. Quella diffusa dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti è stata scattata attraverso un visore notturno per questo è dominata dal verde.
Nella foto c’è l’ultimo soldato statunitense su suolo afghano, è il generale Chris Donahue, comandate della 82ma Divisione Aviotrasportata. Sta salendo sull’ultimo C-17 Usa (nome in codice Moose 85) a lasciare Kabul. Finisce così la guerra più lunga mai combattuta dagli americani: il Paese completamente nelle mani del nemico che hanno inutilmente provato a sconfiggere; l’esercito locale che hanno costruito fino in rotta, milioni e milioni in equipaggiamenti militari nelle mani dei talebani; il governo cosiddetto democratico imploso; il presidente fuggito all’estero con 169milioni di dollari rubati; una striscia di sangue fatta di caduti militari e soprattutto vittime civili, le ultime – una famiglia di collaboratori degli occidentali – sterminate da un drone a caccia di kamikaze.
Molto più che in Iraq, la guerra in Afghanistan ha dimostrato che i conflitti post-11 settembre – quelli che dovevano portare sicurezza – hanno solo generato insicurezza, aggravando la situazione nei luoghi dove si sono combattute e nel resto del mondo.
La cosa più grave del conflitto afghano è che tutto fosse scritto. Gli americani hanno subito una sconfitta perfettamente sovrapponibile – per modalità – a quella che loro stesso aveva determinato per i sovietici. Ne conoscevano le dinamiche in prima persona eppure non hanno esitato a tuffarsi nel Paese noto come “il cimitero degli imperi”.
Sono passati circa 32 anni dal 15 febbraio 1989, giorno del ritiro sovietico. A parte il visore notturno e un più accurato cerimoniale, trovo poche differenze. Il generale della 40ma armata Boris Gromov è l’ultimo uomo sul ponte, l’ultimo soldato sovietico ad attraversare il ponte dell’amicizia tra Afghanistan e la repubblica sovietica d’Uzbekistan. Lo aspettano suo figlio con un mazzo di fiori e la tv russa.

Qualche anno fa sono stato nell’unico museo, una piccola sala di esposizione privata, che a Mosca ricorda quel conflitto. E’ curato da veterani afghani che preservano la memoria di una guerra che nessuno in Russia vuole ricordare. Quei ragazzi, oggi anziani, sono sopravvissuti ma non sono mai davvero tornati a casa. La guerra è finita si dice quando le armi smettono di parlare, nessuno sa se è vero silenzio oppure se è solo una pausa. Tutti però sanno che, dentro l’animo, una guerra non finisce mai.

3 Commenti

  1. L’uscita di scena dei russi scenografica ma finta : mieloso come un film di Frank Capra.
    Quella degli americani vera, cruda ma molto più iconografica : la storia si scrive da sola!

  2. L’assurdo completamento di una missione inizialmente inutile, poi alimentante speranze di democrazia senza costruire nel paese basi solide perché potesse diffondersi, adesso la fuga e le macerie. La storia si ripete dolorosamente.

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Nico Piro

Provo a dare voce a chi non ha voce, non sempre ci riesco ma continuo a provarci. Sono un giornalista, inviato speciale lavoro per... continua a leggere