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Covid, bambini senza voce

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Bambini in lockdown
Bambini in lockdown

Per i bambini è impossibile persino trovare mascherine nelle loro taglie però possiamo portare i cani a fare la toeletta, su appuntamento.

In questa epidemia l’equivalente del “tanto muiono solo i vecchi” (come se, in una società anziana come quella italiana, nessuno di noi avesse parenti più adulti oppure come se la loro esperienza fosse roba da sacrificare senza rimpianti) è “tanto i bambini il covid non lo prendono”.
Queste frasi, che avrete di sicuro sentito ripetere in giro più o meno esplicitamente, sono espressione di una sub-cultura epidemica che ha generato effetti nefasti per gli anziani e i bambini. Dei primi si è tornato a parlare solo quando si è scoperto che gli “ospizi” (oggi elegantemente ribattezzati RSA) sono diventati focolai dove – anche con la complicità di scelte politiche scellerate – si muore come mosche.
Dei secondi, invece, non si è mai o quasi parlato. La voce dei bambini in questa epidemia è completamente mancata, forse salvo quando si è scoperta la maggior incidenza di una rara malattia dal nome esotico.
Incredibilmente, i bambini sono stati completamente ignorati, silenziati in questa epidemia come qualcosa di non necessario o comunque trascurabile. Si è parlato più delle pizzerie chiuse che dei bambini rinchiusi. Sarà stato mica perchè, inconsciamente, li abbiamo bollati come “untori”, quei portatori sani che tanto temiamo?

Pensiamoci un attimo, ai bambini è stato tolto tutto quello che avevano: la scuola, gli amici, lo sport, il parco giochi.
Ai bambini è stato tolto molto più di quello che è stato tolto a noi adulti. A noi è stata concessa la possibilità di andare al lavoro oppure di andare almeno a far la spesa o all’ufficio postale.
Quando, oltre un mese dopo l’inizio delle limitazioni, il governo ha concesso ai bambini di fare una passeggiata intorno casa con uno dei genitori, gli esperti “social” (ingegneri civili diventati virologi e poi pedagoghi) hanno subito tuonato contro i pericolosi assembramenti di bambini. La frase più violenta e stupida che ho letto è stata: “E se incontrano per strada un amico e si abbracciano?”. Come se i bambini non fossero abbastanza intelligenti da aver già capito tutto e – se ben guidati dai genitori – capaci di rispettare le regole.

Non vi illudete, nonostante tutte le mezze bugie o le verità indorate che qualche genitore ha provato a propinargli, i bambini guardano, ascoltano e capiscono molto più di quello che crediate. Non hanno però i mezzi giusti per esprimere le loro emozioni. E’ come un imbuto, nel quale finiscono dubbi e paure, per uscirne sotto forma di silenzi, grida e traumi irrisolti a lungo termine. L’epidemia ha stravolto le loro vite, li ha privati delle loro “routine” (la sveglia, la scuola, il dopo scuola, il gioco, la tv) quindi ha tolto loro certezze.

Spesso per impossibilità di fare altro – magari alle prese con un working poco smart o con mille altri problemi – noi genitori li abbiamo parcheggiati davanti alla tv o con uno smartphone in mano. Li abbiamo piazzati davanti al computer dove vedono compagni di scuola che non possono toccare o dietro una finestra a guardare le strade improvvisamente deserte e, soprattutto al tramonto, terrificanti come mai le hanno viste.
Li abbiamo sgridati per paura che perdessero la loro “buona condotta”, costruita con tanta fatica. Abbiamo concesso loro di mangiare più dolci e magari comprato qualche giocattolo on line o all’edicola. Tutto ciò almeno per chi se l’è potuto permettere perchè tante famiglie nemmeno un computer hanno per far studiare a distanza i propri figli o se ne hanno uno (che non serve ai genitori) devono alternare davanti al monitor due figli per garantire istruzione ad entrambi.
Il “digital divide”, il divario sociale delimitato dall’accesso alle nuove tecnologie, si è sentito ancora più forte sui bambini nonostante il loro naturale approccio al digitale (“a tre anni mi ha cambiato la foto profilo di whatsapp e non so come abbia fatto!”). Perchè quel divario è disceso su di loro dalle istituzioni degli adulti, da una scuola pubblica politicamente negletta e quindi impreparata e non attrezzata, costretta a rincorrere e affidatasi alla buona volontà dei singoli insegnanti.

Il governatore dello stato di New York, Cuomo, parlando di riapertura della “grande mela” ha sempre detto: gli ingranaggi sono tre e devono girare insieme. Si riferiva a lavoro, mezzi pubblici, scuole. Perchè se riaprono uffici e negozi come ci arrivi al lavoro se non funziona la metro? E dove lasci i figli se le scuole sono chiuse? Un discorso del genere non l’ho sentito fare dai nostri politici, a nessun livello amministrativo. E’ prevalsa la cautela massima con la chiusura ad oltranza delle scuole. Va bene la cautela ma chiudere le scuole – diciamocelo – è anche molto più facile che chiudere le fabbriche visto che non c’è una Confindustria dell’infanzia a protestare. E poi questa cautela massima non è stata accompagnata in alcun modo da ammortizzatori di sorta.

In Italia, ci sono padri fattorini di corriere e madri commesse di supermercato che non hanno mai smesso di lavorare, ci sono coppie di genitori che in smart working non ci sono potuti andare e che si sono trovati di fronte al dilemma di dove e con chi lasciare i propri figli. Portarli dai nonni rischiando di contagiarli? Far entrare in casa un estraneo come baby sitter? E’ evidente che il bonus “bambinaia” è stata una buona intenzione ma poco cosa di fronte ad un’emergenza del genere che, di nuovo, ha visto i poveri soffrire più dei ricchi e ha visto moltiplicarsi l’esercito dei nuovi poveri.

Tutto questo è accaduto e ha già fatto danni a lungo termine ma siamo ancora in tempo per invertire la rotta. I bambini devono tornare ad avere voce nel dibattito politico sulle “fasi” e sul futuro del Paese. Non possono più essere ignorati. Vanno trovate soluzioni per loro e supporto per le famiglie (quelle di cui certi politici ipocriti si riempiono la bocca quando si tratta di far polemiche moraliste per ramazzare voti).
Le guerre e i conflitti ci insegnano una cosa: bastano pochi mesi di sospensione dell’ordinarietà (che poi non ricompare mai d’improvviso se non dopo altri mesi di “ritorno alla normalità”) per lasciare profonde ferite su una generazione. Sbrighiamoci.

1 commento

  1. Sembra tutto così ovvio, che poi ovvio non è. I mattoni del prossimo futuro sono loro e stiamo ricostruendo un muro con la sabbia. Grazie per le sue davvero belle parole.

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Nico Piro

Provo a dare voce a chi non ha voce, non sempre ci riesco ma continuo a provarci. Sono un giornalista, inviato speciale lavoro per... continua a leggere

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