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A Bergamo, qualche riflessione personale

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Uscendo dalla Zona Rossa
Uscendo dalla Zona Rossa

Qualche riflessione personale su un Paese diviso…

Sei a Bergamo dove, nel momento peggiore, l’unione delle forze ha creato qualcosa di speciale, inedito: un ospedale “da campo”, costruito da alpini in congedo e artigiani locali, gestito dalla sanità pubblica con il personale di Emergency – forte dell’esperienza di Ebola – e i paramedici reclutati dalla Protezione Civile, dove una corsia è assegnata ai sanitari dell’esercito russo.
Entri in terapia intensiva: qui si combatte il Covid e finalmente quei numeri – quelli che vengono snocciolati ogni giorno alle 18 a reti unificate o quasi – diventano persone, volti, umanità non cifre nelle varie colonne: contagiati, ricoverati…e via cosí.
È un percorso lungo guarire, richiede una valanga di personale, tecnologia e organizzazione.
Ci sono pazienti sedati ma anche quelli che faticosamente si riescono di nuovo a metter seduti o a rialzare la testata del letto.
C’è la ragazza che ti chiama e ti sussurra: “per favore non farmi vedere che mia mamma non sa che sono qui”. Il ragazzo che ti dice: “A che ora va? Che lo devo dire ai parenti”. Pensi ai tuoi ricordi di Ebola e allo stigma che può restare sugli ammalati, la cui identità va protetta a maggior ragione. Ci sono quelli con cui parli a cenni ma che non ci siano le parole conta poco.
Poi c’è un anziano che chiaramente ce l’ha fatta ed è felice come non ti immagineresti mai di un malato in terapia intensiva. Vi scambiate un saluto e poi ti dice: “buon lavoro”. E te lo dice convinto.
“Buon lavoro”…cosa chiedere di più a un giornata come questa?

Ma non si è fermato a questo il “viaggio”, che è sempre una scoperta ed un attraversamento di emozioni prima di notizie, anche poi se le due cose devi tenerle separate, senza dimenticare mai che le prime aiutano a capire le secondo.
Ed è così che entrando in uno dei pochi alberghi aperti in città, incontri un tipo che ha gestito per dieci anni un ospedale nel mezzo del conflitto afghano e un altro che hai visto l’ultima volta in mezza all’epidemia di Ebola e poi in una squallida baraccopoli a Polistena, insomma amici.
Loro ti guardano come se l’ultima volta fosse stata ieri, anche se è passato del tempo e anche se non eri nella bella hall di un albergo senza guardie armate all’ingresso.
Senza sorpresa ti chiedono: “E tu che ci fai qui?”.
Tu li guardi e gli dici: “Potevo mai lasciarvi soli?”.
E qui si ride e si va avanti. Si comincia col sarcasmo e l’ironia, le uniche cose che ti difendono dal peggio, soprattutto quando ci stai in mezzo e te lo sei andato a cercare.
A proposito, a ripensarci sembra la scena finale del film Acab, in realtà è solo la vita che certe persone si scelgono.

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Nico Piro

Provo a dare voce a chi non ha voce, non sempre ci riesco ma continuo a provarci. Sono un giornalista, inviato speciale lavoro per... continua a leggere