La prigione della paura

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Ho sempre pensato che la paura fosse uno strumento – nel mio caso – di lavoro. In generale l’ho sempre considerata un mezzo per ponderare meglio le proprie scelte e prendersi quel “minuto” in più di riflessione prima di passare all’azione, al passo irreversibile.
Scrivo quindi dal punto di vista di chi diffida delle persone prive di paura non del minimizzatore di professione o dell’allarmista di mestiere.

Vedo il mio Paese in preda ad una forma degenerata e degenerativa di paura, il panico. Ho trascorso un mese, durante l’epidemia di Ebola, in Sierra Leone guardando in faccia un virus dalla mortalità compresa tra il 60 e il 90%. Ho camminato liberamente nelle strade di Kabul, dove ormai i pochi occidentali rimasti in città vivono barricati in compound super-protetti. Mi sono ritrovato in mezzo a combattimenti con copertura aerea o a sassaiole contrastata dalla polizia anti-sommossa usando gas lacrimogeni e cariche. Alla fine, ogni volta, ho sempre ribadito il patto con me stesso: “Se mai la paura dovesse diventare panico, cambi mestiere”.

Con il panico perdi razionalità e controllo, in pratica è una condizione più pericolosa degli eventi che ti hanno fatto così paura da precipitarci in quello stato. Insomma, il panico non è piacevole (per sé e per chi ci sta intorno) ma soprattutto non è utile. Ricordo un corso di primo soccorso in mare, in cui mi venne raccomandato di tenermi pronto a colpire la persona in annegamento, per evitare che mi trascinasse a fondo. Morire insieme a chi è lì per salvarti: fantastica (purtroppo tragicamente vera) sintesi di cosa possa fare il panico.

L’Italia oggi è nel panico per via dell’epidemia di corona virus. Sarà colpa di come l’informazione ha raccontato questa epidemia, della perenne rissa tv tra esperti che esperti non sono, di virologi incapaci di gestire la popolarità e trasformatisi da figure guida in divisivi bulli mediatici. Sarà ma non escludo che un panico del genere si possa diffondere anche all’estero – una volta che i dati del conteggio aumenteranno – anche in Paesi più abituati di noi alla cultura scientifica. Probabilmente perchè il problema non è (solo) mediatico e culturale ma soprattutto politico e riguarda tutta la società occidentale (e non se consideriamo anche il caso russo) dell’ultimo ventennio.

Dopo l’11 settembre la paura è diventata a pieno titolo una categoria politica; l’abbiamo usata per giustificare guerre che dovevano darci sicurezza e hanno finito solo col generare insicurezza (dall’oppio afghano all’Isis iracheno); l’abbiamo usata per giustificare rinunce alla privacy e legittimare l’invadenza dell’invisibile sorveglianza elettronica di cui ci sfugge persino l’entità; l’abbiamo usata per acconsentire nuove forme di controllo del nostro privato, compresa la presenza di bottigliette d’acqua nelle nostre borse all’ingresso di un aeroporto; l’abbiamo usata per giustificare l’odio verso l’estraneo, lo straniero.
L’elenco potrebbe continuare a lungo, di sicuro l’ultimo capitolo di questo percorso della paura come categoria politica è l’epidemia di corona virus.

Come sempre in un contesto epidemico (per giunta con la figura del portatore sano, quello che può non sapere di esser pericoloso) le precauzioni vanno tutte seguite e scrupolosamente ma non ci si può relegare da soli nella prigione della paura: non uscire (ovviamente non dalle zone rosse o nelle aree a rischio!), non socializzare, non riflettere, assecondare quello che ci viene riferito, quello che abbiamo sentito.

Nel caso specifico a me più vicino, trovo inaccettabile e dannoso che il panico spinga le persone a cercare ossessivamente notizie sul contagio e sul virus ma soprattutto a rinunciare al diritto ad essere informati su tutto, a subire un palinsesto monotematico. Anche perchè, strategicamente, è nei momenti in cui l’opinione pubblica guarda altrove che possono accadere eventi destinati a segnare il nostro presente, a volte per poche settimane a volte per anni.

Il panico genera debolezza anche se l’ “effetto rimbalzo” è quello di un apparente aumento della forza: abbiamo paura e allora giustifichiamo a priori l’autorità (che poi noi italiani, popolo “frammentato”, l’autorità ce la scegliamo spesso su base condominiale più che autorevolezza o legittimazione).
E’ la più grande vittoria del nostro nemico. Oggi è un micro-organismo dalla curiosa forma sferica, domani potrebbe essere un esercito invasore, dopo-domani gli alieni o chissà. In ogni scenario del genere – vero, verosimile o di pura fantasia – a perdere saremmo sempre noi, adoratori del panico e sue vittime sacrificali.

 

Ps: Non ho ancora raggiunto il numero di post su FaceBook e/o di tweet utili ad ottenere la specializzazione in virologia (all’epoca della tragedia di Genova, mancai anche Scienze delle Costruzioni per pochi like). In genere cerco solo di parlare di cose che conosco e sulle quali ho riflettuto anche attraverso esperienze dirette. Ritenevo che una riflessione come questa potesse essere utile, per tutto il resto affidatevi agli esperti veri!

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