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Clamoroso a Camp Bastion

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Se non fosse stato per le manifestazioni di rabbia anti-americana per il film blasfesmo su Maometto, arrivate domenica anche a Kabul, questo fine settimana in Afghanistan sarebbe più o meno passato nell’indifferenza mediatica. Eppure è stato un fine settimana nero e come tale verrà ricordato negli annali del conflitto.

Nella notte tra venerdì e sabato, un commando di talebani (pare divisi in tre gruppi di fuoco) è riuscito ad entrare all’interno di Camp Bastion, la base britannica e l’aeroporto militare dell’Helmand (adiacente a Camp Letherneck, la base americana). Avevano indosso uniformi americane cosa che, complice l’oscurità, deve aver complicato non poco la vita a chi cercava di fermarli.
Non si conoscono i dettagli dell’attacco o meglio, come i talebani siano riusciti ad aprirsi un varco nella rete di recinzione e ad attraversare una landa piatta come quella dell’aeroporto, senza essere visti. Non è chiaro se i talebani avessero armi sofisticate (elettronica, visori notturni…) o se potessero contare su uno o più complici all’interno della base. Di certo sono riusciti a penetrare nella più protetta e grande base dell’Afghanistan dopo quella di Bagram. Un fatto senza precedenti: non stiamo parlando di un fortino, di una fob nel nulla di sabbia e pietra in qualche angolo remoto del Paese.

Anche il bilancio dell’attacco non ha precedenti. I talebani sono riusciti a distruggere sei caccia Harrier, ne hanno resi inservibili (forse irreparabili) altri due, hanno incenerito tre “tendoni” hangar e due stazioni di rifornimento. Dollaro più dollaro meno, parliamo di un danno da 200 milioni inferto all’aeronautica americana. Tra l’altro nella base staziona il principe Harry, pilota di elicotteri Apache britannici, tanto per amplificare l’impatto mediatico dell’attacco.
Le perdite materiali inflitte alla Nato sono ben superiori al pur drammatico bilancio di due marines uccisi.

Penetrare un’istallazione militare di prima classe, riuscire a distruggere una tale quantità di equipaggiamento, obbligare le forze di difesa ad ore di sparatorie e battaglie, ad una successiva ispezione di tutta la base per individuare eventuali infiltrati (magari nascostisi durante i combattimenti), è una dimostrazione di capacità militare di alto livello dei ta
ebani, per giunta nella zona interessata dalla “surge”, dall’incremento di truppe voluto da Obama all’atto della sua elezione.

Al clamoroso attacco di Camp Bastion si sono unite altre notizie, in un sincronismo che sembra studiato (ovviamente non lo è) per allestire un perfetto “caso di studio” su tutti i problemi della Nato in Afghanistan. Domenica, sono stati uccisi quattro militari americani nella provincia di Zabul, intervenuti durante un attacco ad un check point della polizia. A freddarli è stato un poliziotto, come al solito definito dai comunicati ufficiali “uomo che indossava una divisa dell’esercito afghano”. In gergo si chiama “Green on Blue” anche se alla Nato preferiscono chiamarlo “insider threat”. In pratica è l’ennesima prova che le forze di sicurezza che nel 2014 si occuperanno della difesa dell’Afghanistan non sono affidabili nè per chi ora (i soldati occidentali) combatte al loro fianco, nè per il governo di Kabul.
Un bel problema per chi sta giustificando l’uscita da un Afghanistan dove nulla è cambiato (se non in peggio) proprio con l’ormai maturazione in numero e preparazione delle truppe locali.

Domenica, nella provincia di Logar, un gruppo di donne era intento a raccogliere legna quando è stato falciato da un attacco aereo Nato, i piloti le avevano scambiate per guerriglieri. In otto sono morte, diverse quelle ferite. Un altro caso, altre vittime civili, un altro pugno di terra sul rapporto di fiducia tra gli afghani e la coalizione.

In questo fine settimana cosí drammatico, le manifestazioni di ieri e di oggi anti-americane per il film blasfemo “Innocence of Muslim” finiscono con l’apparire come l’ultima delle preoccupazioni. A meno che non si guardi meglio alle motivazioni dei manifestanti. Non erano arrabbiati solo per l’offesa arrecata alla loro religioso ed esasperati dai mullah più radicali sull’onda di quanto successo nel mondo mussulmano nell’ultima settimana. Il loro risentimento è vecchio di (quasi) undici anni di conflitto.

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Nico Piro

Provo a dare voce a chi non ha voce, non sempre ci riesco ma continuo a provarci. Sono un giornalista, inviato speciale lavoro per... continua a leggere