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Al Qaeda è morta, Al Qaeda è viva

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Con l’uccisione di Abu Yahya al-Libi di Al Qaeda resta ormai molto poco, almeno se a questo nome facciamo corrispondere l’organizzazione che abbiamo conosciuto con il suo atto più clamoroso ed orribile: gli attentati dell’11 settembre. Il “libico”, stratega e capo militare, candidato a succedere a Bin Laden, è stato fatto a pezzi da un missile “Hellfire” sparato da un aereo senza pilota americano in un’area tribale pakistana al confine con l’Afghanistan; con lui sono stati uccisi un gruppo di militanti e – probabilmente – ci sono state delle vittime civili.

All’elenco ormai manca solo Al Zawahiri e – ma solo per motivi simbolici – il qaedista “americano” Adam Gadar, ma ormai Al Qaeda è da considerarsi pressochè finita. Resta però un frutto avvelenato di quell’esperienza ovvero tutte quelle organizzazioni che ad Al Qaeda si ispirano e di cui – per voler usare una metafora commerciale – utilizzano il “brand” per farsi conoscere e rapidamente identificare sui “mercati locali”. Una nebulosa più che una galassia, un’insieme di organizzazioni che – come dimostrano i documenti estratti dal covo di Bin Laden – non hanno contatti organizzativi diretti e non sono federate.

Oltre allo Yemen meridionale (territorio controllato da Al Qaeda nella penisola arabica che ne ha fatto anche una base per lanciare attacchi verso l’American, in stile Afghanistan pre-2001), la situazione più preoccupante mi sembra essere quella africana dove ormai “Al Qaeda nel Maghreb Islamico” non è più solo un problema algerino ma per gemmazione con movimenti locali sta attecchendo tanto nella Nigeria dai fragili equilibri inter-religiosi (sui quali soffiano gli islamisti di “Boko Karam”) come nel nord del Mali, in uno strano (e precario) abbraccio con i tuareg; senza dimenticare la vicenda somala e le infiltrazioni di Al Shabab (seppur sempre più debole a livello militare) nel vicino Kenya.
Basi, queste africane, molto vicine al Mediterraneo e all’Europa e per questo possibile fonte non solo di instabilità locale.

L’uccisione di al-Libi impone anche un’altra serie di riflessioni. La campagna aerea americana, intensificatasi negli ultimi tre anni, è l’operazione in assoluto di maggior successo nella storia della cosiddetta “guerra al terrore” sia per i suoi risultati che per i suoi costi. Ed è stata capace di colpire nel cuore dei santuari del terrorismo islamista in terroritorio pakistano dove le forze armate di Islamabad non hanno nè saputo nè voluto mai intervenire per i ben noti legami tra i servizi pakistani e i terroristi. E’ una campagna che ha avuto ricadute in termini di vittime civili, mai precisate ma sicuramente inferiori (nella cinica algebra del conflitto) a quelle della guerra afghana dando quindi ragione a chi, nella Casa Bianca, voleva una “campagna leggera” per chiudere la partita (se la partita era spazzare via Al Qaeda) in Afghanistan piuttosto che impegnarsi nella surge di Obama e con le migliaia di truppe in più mandate nel Paese.
L’altra riflessione è che anche se Al Qaeda è morta, la guerra in Afghanistan è viva e vegeta a dimostrazione di come il conflitto afghano sia legato ad altre dinamiche da quelle per cui è la nata la cosiddetta “guerra al terrore” di bushiana memoria. Infine lo stesso Pakistan che oggi protesta per la violazione della sua sovranità territoriale commessa durante questi bombardamenti si conferma di nuovo la chiave di volta negli equilibri del terrorismo internazionale e nel conflitto nel confinante ed odiato Afghanistan, fin quando gli Stati Uniti non interverranno sul loro “alleato” sarà difficile fare passi in avanti su quel terreno di battaglia.

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Nico Piro

Provo a dare voce a chi non ha voce, non sempre ci riesco ma continuo a provarci. Sono un giornalista, inviato speciale lavoro per... continua a leggere