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L’incrocio

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Ci sono posti che hanno un destino unico, riescono a diventare il centro del mondo o di una sua area strategica nonostante siano fatti di sabbia, costa e di un po’ di case; nient’altro.

La linea costiera che va da Zarzis a Ras Jedir è uno di quei posti. Fino a qualche giorno fa noto solo a gruppi più o meno organizzati di turisti. Oggi invece è affollato di giornalisti che sperano di entrare in Libia, di profughi che ne fuggono, di barconi che portano – se volete – un altro tipo di profughi verso l’Europa.

In pratica è come se questa stagione di cambiamenti nel mondo arabo si sia data appuntamento su questi cento chilometri di strada tra saline e deserto. C’è la Tunisia che ha cacciato Ben Alì e si risente nazione nella sua capacità di accogliere gli altri. C’è la Libia che scricchiola e manda la sue onde sismiche nei dintorni. C’è la fuga di chi era andato a cercare lavoro in territorio libico e quella di chi vuole andarlo a cercare in Europa.

Quando si concentrano tutte queste forze come in un gorgo, è facile fare confusione. Chi fugge dalla Libia ha perso tutto e vuole solo tornare a casa, che si chiami Egitto, Bangladesh o Sudan. Chi fugge dalla Tunisia fa parte della parte migliore (quella più istruita, giovane e ambiziosa) di questo Paese, e fugge dalla mancanza di speranze per il futuro che cerca in Europa.

Soprattutto in un Paese come il nostro ormai perennemente sull’orlo di una crisi di nervi per le questioni dell’immigrazione, sarebbe il caso di non fare confusioni tra i centomila e più profughi che non saliranno mai su un barcone e i ragazzi invece che sono pronti a morire per raggiungere l’Europa.

Oggi ho incontrato due famiglie che hanno perso i figli in alto mare: Abdallah, 17 anni, e Mohammed, 24 anni. Finiti sul barcone sbagliato, speronato – denunciano i parenti – dalla motovedetta tunisina Libertè. Padri, madri, sorelle e fratelli che ho incontrato nelle povere case di Zarzis
chiedono verità e giustizia sulle responsabilità dei marinai tunisini, soprattutto chiedono i corpi dei loro figli perchè questo mare che regala (e distrugge) sogni non è una tomba sulla quale poter andare a pregare.

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Nico Piro

Provo a dare voce a chi non ha voce, non sempre ci riesco ma continuo a provarci. Sono un giornalista, inviato speciale lavoro per... continua a leggere