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Cosa sta succedendo davvero a Marja?

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Mentre il governo olandese implode, diviso sul prolungamento della missione nella provincia di Uruzgan, (a riprova di quanto destabilizzante continua ad essere – come è sempre stato da secoli – l’epicentro afghano anche a migliaia di chilometri di distanza) è scomparsa dai “radar” – in particolare dei media italiani – l’operazione “insieme” a Marja. Operazione chiave per riportare sotto controllo la roccaforte talebana dell’Hellmand e rimediare agli errori commessi sin’ora  (nell’area vive il grosso della popolazione dell’Hellmand ed era governata dai talebani…incredibile, no? come chiedere la lealtà degli afghani al governo afghano se quel governo non l’hanno mai visto e in “municipio” c’è un governatore talebano!).
Da questo punto di vista, l’operazione Mushtarak è decisiva per l’andamento di tutta la missione Isaf.

Fermo restando che in ballo non c’è una vittoria militare (il “take&clear” dei marines) perchè è scontata quella occidentale, ma il vero punto sarà l’ “hold” ovvero il tenere le posizioni e vincere il supporto della popolazione locale senza il quale i talebani torneranno e presto, per questo la definivo qualche giorno fa la non-battaglia di Marja. Bisognava evitare – come sembrava anche dai titoli dei media – che la gente a casa pensasse che si era arrivati ad una specie di mezzogiorno di fuoco, dove chi spara per primo vince. In Afghanistan le cose non sono mai andate così ed a Marja alle difficoltà tipiche del contesto afghano si sta aggiungendo un tocco di “urban warfare”, di combattimento in ambiente urbano con trappole esplosive, cecchini che sparano non sai da dove, imboscate tra terrazzi e case (che siano o meno abitate da civili).

In termini strettamente bellici una settimana dopo l’inserimento delle prime compagnie di marines arrivate in elicottero e il successivo arrivo di colonne meccanizzate, le cose non stanno andando benissimo e come scrivevo nel post precedente si conferma che l’operazione è destinate ad andare lentamente ed a durare a lungo. Ovviamente sui tv, radio e giornali (in particolare italiani, con qualche eccezione) non se ne parla più e magari a casa la gente pensa che sia tutto finito. Ma vediamo il punto ufficiale (solitamente cauto come tutti i bollettini del genere) sulla situazione, secondo l’Isaf: “Fighting remains difficult in the northeast and west of Marjeh, but insurgent activity is not limited to those areas”.
In pratica la situazione è difficile e più passa il tempo più la popolazione locale perde la pazienza e non può tornare alla propria vita quotidiana, un fattore che rende più difficile il dopo-combattimenti. Nonostante il comunicato Nato annunci l’arrivo della polizia afghana (ANP) nel distretto e l’attivazione del programma “Cash for Work”, ovvero di “reintegrazione” per i guerriglieri al quale avrebbero già aderito in duemila (?!) nel distretto di Nad-e-Ali.
Per capire la cornice dell’operazione, e sul suo valore di “offensiva mediatica” e di “guerra percepita”, c’è questo articolo da Washington del New York Times.

Ma un racconto imperdibile su quanto sta accadendo sul campo (sul piano strettamente militare e dal punto di vista dei soldati occidentali) è questo del washington post che ha un reporter embed con i Marines, le cui cronache (da leggere in “serie”) fanno ben capire quanto difficile sia il combattimento per giunta in un paese senza infrastrutture e in una città che non è una città per come la intendiamo noi e dove, quindi, le condizioni di vita sono in generale durissime.
Sì la città di Marja, a proposito, lì ci vivono circa 125mila persone, ma solo 10-15mila sarebbero – secondo stime Onu – fuggite nella capitale provinciale Lashkarga (dove per scelta non è stato allestito un campo profughi). Traduzione si sta combattendo in mezzo a più di centomila persone, presumibilmente bloccate in casa senza cure e provviste. Quanto sia difficile vivere così in un campo di battaglia e quanto a lungo ancora ci possano riuscire…beh, questo immaginatevelo voi. Per capirlo sul serio, dovranno passare giorni dalla fine degli scontri, della proposta della propaganda talebani lanciata ai giornalisti di venire sul campo a verificare la sconfitta occidentale…purtroppo non c’è da fidarsi.

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Nico Piro

Provo a dare voce a chi non ha voce, non sempre ci riesco ma continuo a provarci. Sono un giornalista, inviato speciale lavoro per... continua a leggere