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Quella maledetta giornata

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Dopo due settimane al seguito delle truppe americane nelle remote valli della provincia di Kunar al confine con il Pakistan, dove si combatte ogni giorno, dopo essere usciti illesi da un’imboscata al nostro convoglio e da attacchi quotidiani a colpi di mortaio contro il nostro piccolo avamposto, giovedi’ per noi doveva essere una grande giornata.

All’alba dopo un viaggio di ritorno durato trentasei ore e conclusosi nella pancia di un aereo da trasporto C-130, stretti da un enorme radar da campo, eravamo riusciti ad arrivare alla base di Bagram e poi ci eravamo messi subito sulla strada verso Kabul. Con l’amico e telecineoperatore del Tg3, Gianfranco Botta, abbiamo attraversato la piana di shomali tra tende colorate che vendevano la dolce uva della zona e la sensazione di liberta’ di stare a bordo di un auto qualunque, finalmente, con i finestrini abbassati, non dietro cinque centimetri d’acciao di un mezzo blindato militare.

A fine mattinata l’arrivo a Kabul con il suo consueto caos che per una volta non ci ha snervato, stavamo arrivando in albergo ed a tenerci svegli era la certezza di essere di nuovo vicini ad una doccia, un pasto caldo ed un letto che non fosse una brandina in una tenda infestata dagli insetti. E’ a quel punto che abbiamo sentito quel boato, poco dopo mezzogiorno. All’inizio la certezza che si trattasse di un attacco con razzi o mortai forse per via dell’abitudine al “fuoco indiretto” che avevamo dovuto sviluppare nelle ultime settimane al seguito delle truppe statunitensi.

Ma quel boato era troppo davvero troppo forte per non farci pensare a qualcosa di ben peggiore: ci attacchiamo subito ai cellulari prima che possano entrare in funzione i jammers, le contromisure elettroniche militari che scattano in questi casi per evitare nuove esplosioni attivate dai telefonini. La bomba era esplosa lungo la strada per l’aeroporto ma e’ stata la telefonata dell’ambasciata, che ci chiedeva se fossimo nell’area dell’attentato, se stessimo bene, a farci capire che forse potevano esserci italiani coinvolti.

Abbiamo provato ad attraversare il traffico impazzito della capitale, solitamente caotico ma che davanti ad i nostri occhi stava diventando ormai ingovernabile. Le divise della polizia afghana dappertutto, le loro grida, i nostri pass media della coalizione militare che non servono a farci passare ad un posto di blocco, le insistenze ed un faro della nostra auto rotto con un manganello da un agente. Torniamo indietro, proviamo un’altra strada invano, mentre dall’italia, dalla redazione di Roma cominciano ad arrivare notizie frammentarie:l’attentato potrebbe essere di proporzioni devastanti, ritorna alla mente l’incubo di Nassyria, bisogna correre di nuovo questa volta verso il compound blindato della Cnn e delle tv americane da dove possiamo andare in diretta. In realta’ in diretta ci siamo gia’ telefonica ma c’e’ da tenere i nervi saldi questi sono i momenti di massima confusione dove un errore puo’ scatenare un inutile panico.

Le tv locali iniziano a “dare” i numeri, si parla persino di quindici italiani morti ma le mie fonti militari a Kabul se mi confermano che, si’, ci sono delle vittime, mi fanno capire che il quadro non e’ ancora chiaro e immagino perche’. Probabilmente, da qualche parte nei cieli di Kabul, c’e’ un elicottero medico che sta trasferendo i feriti in ospedale e chissa’ se tra quelli che i medici “volanti” si ostinano a chiamare feriti perche’ vogliono restituirli alla vita, non c’e’ qualcuno che invece alla vita non tornera’ mai.

Tra i sacchetti di sabbia che difendono come un bunker la stand up position, la postazione per le dirette su questa terrazza che guarda le povere case di fango sulla collina della capitale, mentre i nostri telefonini non smettono di squillare io e Gianfranco ci guardiamo in faccia, e’ un attimo: il convoglio tornava dall’aeroporto, da Kabul oggi partiva un volo militare italiano per Roma su quel volo ci saremmo dovuti essere anche noi e all’aeroporto militare si entra in un solo modo: a bordo di un mezzo, con le truppe, percorrendo quella maledetta strada. Forse la mano del destino per noi si e’ materializzata sotto forma di una tempesta di pioggia caduta sulle montagne di Kunar il giorno prima e che ci aveva bloccato li’, nel mezzo del nulla al confine con il Pakistan, un ritardo tale che ci aveva spinti a chiamare l’aeronautica chiedendogli di liberare i nostri posti, non ce l’avremmo mai fatta ad arrivare in tempo all’aeroporto di Kabul. Una fortuna, forse, lo stavamo capendo solo in quei minuti.
Intanto le dimensioni della tragedia si fanno sempre piu’ chiare, drammaticamente chiare. Io e Gianfranco siamo gli unici giornalisti della Rai presenti nel paese, come capita in questi casi, di fronte all’emergenza non c’e’ “casacca” che tenga, non siamo piu’ solo inviati del Tg3, bisogna lavorare per tutte le testate, per i programmi di rete. Senza un minuto di sonno nelle ultime trentasei ore, bisogna rimboccarsi le maniche tra collegamenti in diretta, pezzi e la necessita’ di raggiungere il luogo dell’attacco. La nostra giornata’ finira’ quando a Kabul sono le 3 del mattino, mezzanotte e trenta in Italia. In l’auto, nel buio di una citta’ spettrale arriviamo all’albergo, a quella doccia che avevamo sognato per giorni. E’ a quell’ora che realizziamo di aver saltato tutti i pasti, tra poche ore con le fasce informative dell’alba bisognera’ tornare al lavoro. E’ il nostro lavoro, il piu’ bello del mondo, la fatica non conta, pesa il fatto che questa e’ una di quelle giornate che non avremmo voluto mai raccontare

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  1. E’ bravo, Nico! Rigoroso,lineare, con qualche cenno di poesia (la dolce uva…,i medici “volanti”…) e sempre capace di portarti lì, a provare e sue stesse emozioni mentre accadono tragedie strazianti in quella normalità anormale di Paesi lontani!
    Leggo e mi si stringe il cuore per lui e per Mario…Ma non è giusto: loro amano così tanto il loro lavoro che possiamo solo accompagnarli col pensiero, leggerli, vedere ciò che mandano in onda e cercare di capire un mondo che dovremmo impegnarci tutti a migliorare! Ti abbraccio Elisabeth

  2. Salve!
    Volevo congratularmi per la sua professionalità!
    Ho 28 anni e sono un insegnante alle scuole medie. Oggi abbiamo letto in classe un suo articolo su Kabul ed è piaciuto molto.
    Grazie dell’ottimo lavoro!
    In bocca al lupo…
    Emanuele Pirani (ironia della sorte detto Piro!)

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Nico Piro

Provo a dare voce a chi non ha voce, non sempre ci riesco ma continuo a provarci. Sono un giornalista, inviato speciale lavoro per... continua a leggere