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Corrispondenza Afghana

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Questa è uno scritto personale, molto personale. Perdonatemi in anticipo se mescolo analisi ed emozioni ma non trattandosi di un articolo o di un pezzo del tg, mi prendo la libertà di farlo. Sono appena tornato da Herat dove si è consumata la cerimonia di ammaina bandiera, in pratica la simbolica fine della nostra ventennale missione in Afghanistan. E’ stato per me un momento molto toccante, difficile. Ho pensato a tutti i caduti di questi anni, a tutti e 53 i morti in divisa, ma anche agli uomini dei servizi, ai giornalisti (Maria Grazia Cutuli) e cooperanti che non sono più tornati a casa da quel bellissimo Paese. Ho rivissuto come in un feroce dejavù, concentrato nello stomaco, i momenti passati a Camp Arena e con le truppe italiane sul campo. Poi sono cominciati a scorrere tutti gli altri ricordi di questi anni: la valle di Korengal, il fiume Pech, il deserto pietroso di Farah. Persino l’inaugurazione della mensa della base nel Natale del 2006 quando tutt’intorno c’erano ancora solo tende.
Sia chiaro, non è nostalgia della guerra che pur gli italiani – in particolare tra il 2009 e il 2011 – hanno intensamente combattuto. Sono solo ricordi ed emozioni di un testimone che vede una pagina di storia chiudersi e che vorrebbe vedere abolita – per inutilizzo – la parola guerra dal vocabolario. Il mio giudizio su questi anni – tra articoli del blog, pezzi del tg, reportage e i miei due libri “Missione Incompiuta” e “Corrispondenze Afghane” – lo conoscete già ma credo sia doveroso separare il bilancio del fallimento dell’Occidente (equivalente a quello dei Sovietici, pur con perdite minori grazie ai progressi dei medevac e dei Combat medics) dal giudizio sul lavoro sui soldati – donne e uomini, circa 50mila – che in questi anni hanno avuto l’ordine di andare nel Paese per combattere e per aiutare (tra cooperazione civile-militare e addestramento).
L’Italia, tra l’altro, chiude la missione con un gesto tanto nobile quanto doveroso (ma non scontato) accogliendo un numero consistente di afghani che hanno collaborato negli anni con la nostra missione (l’elenco sul quale si sta lavorando è di circa settecento persone).
La loro ricollocazione in Italia non è un regalo ma una necessità, dopo 20 anni di missione (incompiuta) l’Afghanistan non è mai stata tanto instabile, quei collaboratori e le loro famiglie sono a rischio di rappresaglie. E’ un’altra certificazione del fallimento di questi anni.
Ne ho scritto tante volte, dalla produzione di oppio moltiplicatasi (doveva essere portata a zero è arrivata anche a superare di quattro volte il livello del 2001) al sostegno ad una classe dirigente pseudo-democratica e super-corrotta, ora però i nodi arrivano al pettine e quel pettine si chiama Kabul, una capitale che potrebbe cadere nei prossimi sei mesi, un semestre decisivo per il suo futuro e per quello del Paese.
Se la missione occidentale Isaf nel 2014 è finita di fatto lasciando nelle mani delle truppe afghane la guerra, comunque fino ad oggi le forze governative hanno continuato a godere dell’appoggio americano, per esempio per quel che riguarda le operazioni aeree e i bombardamenti in genere. In questi anni, gli occidentali (tra loro, circa 800-1000 italiani) si sono concentrati sull’addestramento delle forze di sicurezza afghane ma addestramento ha spesso voluto dire anche seguirle sul campo. Dai prossimi mesi (il ritiro è cominciato a maggio) cambierà tutto, le truppe afghane resteranno sole salvo ripensamenti di Washington (non è stato ancora chiarito, per esempio, il destino della base strategica di Bagram, mentre la CIA conferma la sua presenza nel Paese in particolare nell’area di Khost). Il pensiero va al 1992 e quindi alla fine degli aiuti sovietici a Najibullah con il collasso del governo filo-russo e l’avvio della guerra civile, la frantumazione del Paese.
Al momento, i talebani sul campo di battaglia sono più forti: stanno continuando a conquistare terreno e, appunto per la prima volta, minacciano la tenuta della capitale, intorno alla quale da almeno un decennio si è lavorato per creare una cintura di sicurezza. I Talebani non nascondono di volere la restaurazione dell’Emirato, non gli interessa entrare nelle istituzioni della Repubblica Islamica d’Afghanistan in un compromesso con Ghani, Abdullah e gli eredi dei mujaheddin. E comunque anche se si giungesse ad un compromesso, le divisioni del fronte cosiddetto democratico li favorirebbe nella spartizione del potere.
Cosa c’è in gioco? Tutti i pur timidi progressi di questi anni, dai diritti delle donne alla libertà di stampa. E non è un caso che siano già cominciate le rese dei conti con agguati e uccisioni di attivisti e giornalisti.
I Talebani non sono comunque esenti da punti deboli: sono divisi, hanno riferimenti in Paesi stranieri concorrenti tra di loro e soprattutto – morto il mullah Omar – non riescono più a controllare direttamente i propri comandanti militari sul campo. Ma la loro forza sta nell’insoddisfazione della popolazione verso il governo.
A fronte di tutto questo verrebbe da chiedersi se ha avuto senso il ritiro degli americani. La risposta è complessa. Biden ha preso atto della decisione di Trump, l’ha ratificata, perchè il conflitto afghano è un fallimento costato agli Usa un trilione di dollari (all’Italia circa sette miliardi e mezzo di euro) e non si poteva restare per sempre, a maggior ragione in assenza di alcun segno di miglioramento, in questo stallo perenne. Purtroppo però, nonostante i proclami sul ritiro “condition-based” fatti dall’amministrazione Trump, le condizioni per il ritiro non sono state mai raggiunte: le violenze non si sono fermate né le trattative tra talebani e governo mai davvero iniziate.
Il negoziato condotto dagli Usa con i talebani non è stata fatta per la pace in Afghanistan ma solo per togliersi d’impaccio (oltre che per i calcoli elettorali di Trump). Non per gli afghani ma sopra la loro testa.
Non a caso, da quando sono cominciate le trattative e si è giunti all’accordo di Doha, la sicurezza nel Paese è precipitata e i combattimenti si sono intensificati. Oltre alla “riduzione delle violenze”, un’altra condizione chiave dell’accordo è già disattesa: l’impegno dei Talebani ad evitare che l’Afghanistan torni ad essere base di lancio per attacchi contro gli Usa, come l’11 settembre. Rapporti Onu confermano come Talebani e Al Qaeda continuino a mantenere rapporti sul campo di battaglia.

La “fine” del conflitto afghano (o meglio la fine del capitolo occidentale di questa quarantennale battaglia) ci conferma quindi tutta l’inutilità e tutte le contraddizioni delle guerre contemporanee. Dopo l’11 settembre, l’invasione doveva portare pace in Afghanistan per portare sicurezza nel mondo. Il conflitto ha solo moltiplicato l’insicurezza, ha generato uno stuolo per lo più incalcolabile di vittime civili, ha generato nuovi rancori e nuove divisioni, ha alimentato i flussi migratori, ha favorito la creazione di un nuovo ceto criminale e di trafficanti di droga con base afghana, ha distrutto la fiducia della popolazione nella neo-nata democrazia sostenendo corrotti estremisti, ha creato nuove forze terroriste ed estremiste.

Se la missione incompiuta termina qui, è molto più improbabile che la guerra afghana e le intromissioni di Paesi stranieri finiscano dopo l’11 settembre del 2021.

Auguri alle mie sorelle e ai miei fratelli afghani che in questi anni ci hanno creduto per davvero e si sono esposti per modernizzare il Paese. Speriamo riescano a salvarsi la vita.
Io continuo a promettere ai miei figli che un giorno li porterò in Afghanistan a vedere il Paese più bello del mondo, in pace.

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Nico Piro

Provo a dare voce a chi non ha voce, non sempre ci riesco ma continuo a provarci. Sono un giornalista, inviato speciale lavoro per... continua a leggere

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