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Coronavirus, il rischio è a “casa nostra”?

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Dopo la mia ultima trasferta a Bergamo, dove sono stato per raccontare del nuovo ospedale Covid, al ritorno nel Lazio ho compilato il modulo previsto da un’ordinanza regionale e ho contattato il mio medico di base, risultato: l’obbligo di trascorrere 14 giorni in “V29” alias “isolamento fiduciario”.

Sono considerato un soggetto potenzialmente positivo avendo visitato uno dei focolai principali in Italia e in più una struttura ospedaliera, quindi devo attenermi alla massima cautela: non posso mettere il naso fuori di casa.
L’esperienza personale che sto vivendo mi fa dire che l’isolamento domestico per come viene fatto in Italia rischia di essere dannoso e di dividere, anche in questo caso, i ricchi dai poveri.
E’ fuor di dubbio che un potenzialmente positivo debba trascorrere 14 giorni lontano dagli altri. Bisogna, però, dargli i mezzi per farlo come si deve e senza arrecar danno alle persone a cui vuol bene, con cui finisce “recluso”. Non tutti sono single e chi ha una famiglia, da potenzialmente positivo rischia di contagiare moglie e/o figli.
I non single, devono seguire una condotta molto cauta (qui i consigli della Società Italiana di Medicina Generale) come dormire in letti separati, usare bagni separati e indossare la mascherina se si esce dalla propria stanza. Spesso è impossibile: non tutti hanno due bagni o due camere da letto in casa, per non parlare del tavolo da pranzo (anche se per quello ti puoi arrangiare, cosa che invece è impossibile se si tratta di lavarsi o fare la pipì).
In altri casi, pur avendo una stanza in cui rinchiudersi, la convivenza è comunque molto difficile da gestire: pensate al caso di bimbi piccoli che ti si buttano addosso per abbracciarti quando ti vedono sgattaiolare fuori per andare in bagno (o pretendiamo che in casa si abbia una suite con bagno in camera?).
In pratica, se non ce ne sono le condizioni – ed è facile che non ci siano – e resti a casa corri il rischio di contagiare i tuoi familiari (tra i quali potrebbero esserci soggetti vulnerabili all’epidemia come anziani o malati di patologie croniche). Se non ne siete convinti leggete le dettagliate indicazioni dell’ISS (pag. 5) e poi ditemi se è fattibile essere così accurati in una casa piccola o con un solo bagno.

L’altro punto di rottura dell’isolamento domestico riguarda i familiari che isolati non sono e possono uscir di casa (per esempio, per andare in farmacia, a far la spesa o al lavoro). Non solo possono ma devono farlo per tenere la famiglia in funzione.
Immaginate quindi la catena: il sospetto positivo rischia di contagiare i familiari e quest’ultimi rischiano di portare il virus in giro, loro malgrado.

Purtroppo però non esistono spazi gratuiti dove isolarti per davvero. Salvo l’intervento dei datori di lavori o di istituzioni locali e organizzazioni illuminate (per esempio a Milano un albergo è stato messo a disposizione dei “quarantenati”, in diversi centri d’Italia la Caritas ha aperto sue strutture ma per lo più per il personale sanitario) se vuoi tutelare i tuoi familiari e andartene di casa, devi mettere mano alla tasca.

D’accordo con la mia famiglia (ho due bimbi piccoli) ho deciso di trascorrere questo periodo in un dei tanti b&b lasciati vuoti dalla crisi turistica. In questo spazio sono completamente solo e quindi non corro rischi di diventare un untore. Ho avuto la fortuna di poter affrontare la spesa. Ma non è l’unica di una quarantena. Restare isolato significa aver necessità di una rete di supporto, per esempio: i miei bambini mi lasciano davanti alla porta il piatto del pranzo avvolto nell’alluminio o un cartone con la pizza; il portiere dello stabile mi aiuta con la spazzatura (il sacco lo faccio stare tutta la notte fuori a “decantare”); mia moglie viene a ritirare/portare il bucato – sempre con tutte le cautele del caso – e mi aiuta con le mie altre richieste (soprattutto di dispositivi elettronici vari, visto che dal mio isolamento sto lavorando e tanto); il farmacista mi porta a casa i farmaci, i ragazzi del mercato fanno lo stesso con la frutta e la verdura.
Certo si obietterà: “Ma ci sono le app della “gig economy!”. E’ vero il delivery di cibo, medicinali, biancheria pulita è sempre più facile ma anche in questo caso significa spendere di più. E non tutti se lo possono permettere.

Il problema che sto delineando – l’epidemia in casa – non si pone solo per i sospetti positivi in isolamento fiduciario ma anche per gli oltre 80mila che positivi lo sono sicuro e si trovano parimenti a casa (per giunta, il loro isolamento non dura quattordici giorni ma molto di più).
In sintesi, la mia paura è che dopo aver – giustamente – svuotato le strade, in Italia stiamo maneggiando con leggerezza la “bomba” che potrebbe star crescendo nelle case, senza che nessuno ne parli e nessuno prenda provvedimenti.

Eppur – previa formazione del personale – si potrebbero utilizzare tanti hotel vuoti per confinare, in sicurezza, i positivi che oggi sono in isolamento domiciliare  e i sospetti positivi. Sarebbe una mossa importante anche per sostenere un settore destinato a soffrire per i prossimi 12/24 mesi.
Tra l’altro in queste condizioni si ritrovano anche gli “eroi” celebrati da tutti ma aiutati da pochi: tanti sanitari temendo di essere o di diventarlo “untori” non stanno più vivendo a casa da settimane, pagando di tasca propria e/o arrangiandosi come capita per tenersi lontani dai propri cari.

Ma l’assurdo dell’isolamento non finisce qui: passati i 14 giorni, il mio medico di base mi visiterà e non potrà che “rimettermi in libertà” senza sintomi.  A me però resterà un dubbio: il caso di Vo’ Euganeo (centro dove sono stati fatti tamponi a tappeto, citato ormai in tutti gli studi sul virus) ci dimostra che la stragrande maggioranza dei casi è di asintomatici (persone all’apparenza non contagiate). E se io fossi uno di loro? E soprattutto un asintomatico in quanto tempo “guarisce” cioè in quanto tempo smette di essere pericoloso per gli altri?

Come mi raccontano colleghi che hanno già affrontato il “V29”, in assenza di sintomi, nessuno mi farà un tampone né un test sierologico, quindi trascorsi i 14 giorni potrò tornarmene in giro. Ne sono contento, ovviamente, ma troverei molto più logico (si veda anche uno studio pubblicato oggi che pare ben fondato) sottoporre al test del tampone tutti quelli che escono dall’isolamento.

A tutela degli altri ho anche cercato un laboratorio privato dove sottopormi ad un tampone ma non ne ho trovati (i calciatori milionari dove vanno? Se vedete CR7 glielo chiedete?), finito l’isolamento a pagamento farò un test sierologico più per curiosità che per quello che rappresenta sul piano diagnostico.

Non avendo ancora conseguito la laurea in virologia su FaceBook e non avendo ancora un numero di tweet sufficiente a farmi ottenere il master in epidemiologia, dico di lasciare agli esperti le questioni mediche. Parlo però della mia esperienza personale, dei dubbi che ho coltivato in questi giorni e di una convinzione: se vogliamo davvero combattere l’epidemia, dovremmo affrontare di petto il rischio nascosto nelle nostre case (altro che i runner solitari!) offrendo gratuitamente strutture per l’isolamento, spiegando alle persone perchè è importante andarci e garantendo un tampone a tutti i sospetti positivi, prima e dopo l’isolamento, pur in assenza di sintomi.

Chiudo con la speranza che qualche scienziato o esperto mi possa smentire e quindi rassicurarmi, facendomi capire che i miei dubbi sono campati in aria.

PS: Ho detto scienziati ed esperti, astenersi complottisti e propagandisti vari

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1 commento

  1. Ricordo quando facesti la quarantena a Ostia,mi pare,di ritorno dalla Sierra Leone stremata dall’ebola.
    Ami il tuo lavoro e hai accanto una splendida famiglia che ti sostiene e ti ammira.
    Splendido esempio per Alex e Caterina

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Nico Piro

Provo a dare voce a chi non ha voce, non sempre ci riesco ma continuo a provarci. Sono un giornalista, inviato speciale lavoro per... continua a leggere

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