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Se ce l’hanno fatta in Africa

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La presidente liberiana Ellen Johnson Sirleaf agli inizi dell’epidemia di Ebola, reagì furiosamente alla previsione del CDC e di altre organizzazioni mediche secondo cui Ebola avrebbe colpito 1.4 milioni di africani.
I mesi successivi dimostreranno che avrebbe avuto ragione lei

Mi autodenuncio in premessa, così se volete saltarla (come le introduzioni dei libri) andate direttamente due capoversi sotto: il mio è un punto di vista di parte. Da anni, per scelta, mi occupo di “crisi dimenticate”, un termine garbato che autocertifica l’incapacità del giornalismo di occuparsi stabilmente di guerre, epidemie, esodi e disastri vari in luoghi più o meno lontani da noi. Un atteggiamento che nasce dalla – quasi sempre boriosa – idea che “tanto alla gente non frega nulla” e finisce quindi col fare in modo che alla gente non freghi nulla, del resto se nessuno tiene per te il bandolo della matassa ti ritrovi a non capirci più nulla in un attimo.

Perchè faccio questa premessa? Perchè in questo post sostengo una mia convinzione sulla quale batto da anni (chi è stato alle presentazioni del mio libro o ad una delle iniziative che tengo in giro per l’Italia potrà confermarlo) ovvero che occuparci delle crisi lontane non è un gesto di buonismo ma dovrebbe essere un atto di sano egoismo. In primo luogo perchè interessarsene significa prepararsi a fronteggiarne gli effetti prima che – in questo mondo globalizzato – arrivino a bussare alla nostra porta (se avessimo imparato la lezione afghana, non ci saremmo imbarcati nel devastante intervento libico; se avessimo aperto gli occhi di fronte al disastro strano non avremmo avuto la crisi dei profughi del 2015). In secondo luogo perchè da quelle crisi si possono imparare tante cose. Per esempio (senza voler scendere in discussioni di merito sulla natura e sul perchè di quelle presenze o fare un paragone), i militari in missione come medici-paramedici delle Ong schierati all’estero diventano di solito un élite dentro le proprie categorie professionali, personale che accumula esperienze altrimenti impossibili in Italia.
Dalle crisi lontane si possono imparare tante cose, basterebbe solo ascoltare ed evitare di liquidare tutto illudendoci che tutto ciò che è lontano non ci riguarda.

L’epidemia di Ebola in Africa occidentale del 2014/15 l’ho seguita sul campo e ho capito cose che probabilmente non avrei colto guardando solo ai resoconti delle agenzie di stampa. Il virus Ebola esiste da tempo immemore: un cacciatore va nella giungla, ammazza una scimmia o pipistrello (è la selvaggina locale, probabilmente si schiferebbe anche lui a pensare che noi mangiamo i passerotti), lo scuoia e si contamina con il sangue. Il cacciatore infetto torna al villaggio e in breve contamina tutti, il virus finisce con lo sterminare tutti salvo i “super-immunizzati” che, per motivi spesso ignoti alla scienza, non vengono contagiati. Quando sono morti tutti, il focolaio si spegne perchè il virus ha tagliato il ramo sul quale sedeva, in pratica non ha più corpi nei quali sopravvivere, prima di ucciderli, per poi trasferirsi in altri esseri umani. L’epidemia è finita.

Nel 2014/2015 in Africa occidentale succede qualcosa di ben diverso rispetto a questo modello tradizionale di epidemia: il virus si diffonde al di là dei villaggi isolati nella giungla, comincia a viaggiare verso le aree metropolitane (che in Africa sono enormi concentrazioni di persone) e attraversa i confini. Come mai? Perchè l’Africa – altra area di cui i media non parlano mai – negli ultimi anni è cambiata. E’ entrata in quella fase che gli studiosi di geografia economica definirebbero “sviluppo arretrato”, un misto di avanzamento dell’economia e di fragilità delle infrastrutture sociali (in primis quelle mediche). L’Africa non ha solo zebre e bracconieri, capanne e deserti. Ha anche compagnie telefoniche, banche, unioni commerciali e doganali, linee aeree anche low coast.
Inoltre la Cina ha investito massicciamente in Africa. Ha costruito porti e strade.
Se gli umani viaggiano più facilmente, il virus fa altrettanto e quindi non resta fermo nel remoto villaggio nella giungla di cui si parlava sopra. Ecco che l’epidemia colpisce diversi Paesi, sostanzialmente i tre principali dell’Africa occidentale: Liberia, Guinea, Sierra Leone. Ma arriva anche in altri luoghi d’Africa, dove – grazie all’allerta intanto scattata – il virus viene subito fermato con quarantene e isolamenti vari. Di scuola il caso della Nigeria, quando all’aeroporto della megalopoli Lagos arriva un infetto, le forze di sicurezza riescono in breve a circoscrivere l’area e a rintracciare i potenziali contaminati, in pratica salvano il Paese da una situazione potenzialmente catastrofica

In Africa occidentale si è dovuto fare i conti con voci e superstizioni (da noi fa figo chiamarle “fake news” ma è la stessa cosa) mescolate con assenza di sistema sanitario (i pochi medici e infermieri del Paese erano stati massacrati dal virus) e con un diffuso analfabetismo (i messaggi più efficaci vennero lanciati non a caso con la radio e la musica). Nonostante ciò si è riusciti a bloccare il contagio con alcuni provvedimenti all’apparenza banali. In pratica vennero bloccati tutti gli spostamenti non solo da e verso l’estero ma anche all’interno del Paese, sono stati poi istituiti posti di blocco con l’obbligo di scendere da auto, moto, bus e lavarsi le mani con la soluzione di ipoclorito di sodio.
Dopo questi provvedimenti il contagio calò drasticamente contribuendo alla fine dell’epidemia.
In Italia, oggi, pur di fronte ad un’epidemia ben diversa e molto meno letale, ci ritroviamo in una condizione simile ma con restrizioni sicuramente più “rilassate”.
Mi viene, provocatoriamente, da dire: se ce l’hanno fatta a rispettare queste norme in Africa occidentale, in aree poverissime e dove domina l’analfabetismo, beh nella nostra benestante Italia dovrebbe essere molto semplice attenersi alle istruzioni e fare i “compiti a casa”.

E allora facciamolo. Ha funzionato contro Ebola in luoghi dove l’acqua corrente si ruba bucando le condotte, funzionerà contro il covid nella civilissima italia, dove abbiamo l’ecommerce, la tv on demand, la spesa a domicilio e la pizza in consegna con la app.

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Nico Piro

Provo a dare voce a chi non ha voce, non sempre ci riesco ma continuo a provarci. Sono un giornalista, inviato speciale lavoro per... continua a leggere