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Il vaso di pandora del rancore

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La situazione sull’isola di Lesbos è esplosiva, per via di una crisi creata artificialmente dalla politica greca che sta usando l’emergenza migranti. L’obiettivo è – evidentemente – far dimenticare la crisi economica, quella grazie alla quale sette greci su dieci sono al di sotto o prossimi alla linea della povertà.

Sull’isola, nel campo di Moria, al momento, vivono oltre ventimila migranti, la stragrande maggioranza dei quali sono accampati negli oliveti intorno all’ex-base militare – il campo vero e proprio con una capienza di tremila persone. A giugno erano in cinquemila, oggi sono quattro volte tanto, perchè?
La ripresa degli sbarchi non è una giustificazione plausibile. Nemmeno nel 2015, quando qui sono arrivati mezzo milione di profughi il campo non è mai stato così affollato. La responsabilità è del governo greco che sta giocando, in nome della propaganda e del proprio consenso, sulla pelle degli isolani  (quelli che dichiara di volere proteggere) e dei rifugiati, alimentando un fuoco del rancore che ormai pare fuori controllo.

Lesbos è stata a lungo l’isola dell’accoglienza, con pescatori che uscivano sfidando il mare per salvare i naufraghi e residenti che aprivano le loro case ai rifugiati. Oggi è diventata un’isola di cui si parla per il pugno duro della polizia contro le manifestazioni dei rifugiati che chiedono di proseguire il loro viaggio, per le aggressioni alle ong, per le ronde anti-migranti, per gli attacchi ai giornalisti.
E’ comprensibile l’insofferenze degli abitanti del posto? Sicuramente si se parliamo del villaggio di Moria: non perchè ci siano stati episodi specifici di violenza di migranti contro residenti ma perchè vicino ad un paesello con 500 abitanti, come bestie vivono 20mila persone: senza acqua potabile, bagni, cucine, riscaldamento. “Normale” che vadano negli orti a rubare le verdure o nei campi a fare i loro bisogni.

Perchè sta accadendo tutto ciò? Il governo greco ha bloccato, di fatto, i trasferimenti dalle isole alla terraferma, compresi quelli dei malati gravi che non possono essere curati nei piccoli ospedali dell’arcipelago.
Inoltre dal primo gennaio è entrata in vigore la nuova legge sul diritto d’asilo: un pasticcio inapplicabile, pieno di buchi procedurali evidentemente finalizzati a deportazioni facili. Una legge a cui si accompagna un dispositivo secondo cui tutti quelli già “in fila” per il colloquio sul diritto d’asilo perdono ogni priorità se arrivati fino al 31 dicembre 2019, parliamo di un arretrato di oltre 80mila casi.

L’obiettivo è dare priorità ai nuovi arrivati, dando l’impressione così che la nuova legge funzioni ma di fatto aggravando le cose, con richiedenti asilo che ora dovranno aspettare persino un altro anno e mezzo prima di potersi sedere davanti ad una commissione statale. Allo stesso tempo senza poter lasciare le isole.

L’emergenza di Lesbo è quindi causata dal governo greco che – ricordiamolo – con la linea anti-migranti ha tolto voti ad Alba Dorata, riuscendo a battere (il pur deludente) Tzipras.
Come mi ha ricordato Stratis, il pescatore eroe, candidato al nobel per la pace: Lesbos è un’isola di agricoltori a cui il latte viene pagato 70 centesimi al litro – meno di quanto costa produrlo – mentre l’olio d’oliva viene venduto a un euro e trenta – meno di quanto costa raccogliere le olive – ma per comprare una bottiglietta d’acqua ci vuole un euro.  Insomma bisognerebbe arrabbiarsi per questo più che per i migranti ma ormai il vaso di pandora del rancore e della “distrazione di massa” è stato scoperchiato. Nonostante gli arresti dei giorni scorsi di alcuni ultrà locali del Panatinaikos, pare difficile che qualcuno riesca e richiuderlo. Prima o poi, quando il gioco verrà scoperto, la rabbia si rivolterà contro la politica (già se ne vedono i primi segni con l’opposizione agli espropri per i nuovi centri di detenzione) ma intanto sull’isola potrebbero avvenire anche episodi irreparabili.
Speriamo di no.
La propaganda ci ha lasciati su quest’isola, prigionieri del mare, a farci la guerra tra di noi: rifugiati attaccati dai residenti, ong prese di mira da bande di estremisti, giornalisti considerati nemici dell’orgoglio greco. E nessuno sembra capire che siamo tutti in trappola.

 

PS: Negli ultimi mesi il ritmo degli sbarchi è aumentato ma non è tornato, nemmeno lontanamente, ai livelli record del 2015 e del 2016. Pur ipotizzando che la Turchia stia allargando le maglie dei controlli, mettendo pressione sull’Europa (che a Erdogan si è legato con gli accordi multimilionari sui profughi di quattro anni fa) bisogna chiedersi chi cerca di arrivare nel vecchio continente? Sono per lo più afghani in fuga da un conflitto che non è stato mai così tragico come oggi e in fuga dall’Iran, dove le sanzioni americane stanno piegando un’economia e un Paese che per anni ha ospitato migliaia di profughi arrivati da Herat e, in genere, hazara, gli sciiti afghani.

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Nico Piro

Provo a dare voce a chi non ha voce, non sempre ci riesco ma continuo a provarci. Sono un giornalista, inviato speciale lavoro per... continua a leggere