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Cosa sta succedendo in Afghanistan?

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E’ una domanda, questa, molto più difficile del solito. Vediamo perché: dopo l’ottava tornata di colloqui tra gli americani e talebani, è stato raggiunta un’intesa sostanzialmente basata su uno scambio. Gli americani soddisfano una storica richiesta dei talebani, lasciando il Paese (non è chiaro, se lasciando però le basi), in cambio gli studenti coranici garantiscono a Washington che l’Afghanistan non ospiterà mai più gruppi terroristici come Al Qaeda (con l’Isis i talebani sono in guerra aperta); in pratica viene raggiunto lo scopo dell’invasione del 2001. Verrebbe da dire, perchè non ci hanno pensato prima se era così facile, ci saremmo risparmiati migliaia di morti. Ma questa è un’altra storia.

La formalizzazione dell’intesa era attesa per la fine dell’Eid al Alha, la festa del sacrificio, ma, invece, sta arrivando altro. A Quetta in Pakistan – capitale de facto della dirigenza talebana, da dove viene controllata la guerriglia in Afghanistan – l’altro ieri, una bomba in una moschea, ha ucciso il fratello del capo dei talebani. Difficile che si tratti di un colpo dell’NDS, i servizi afghani, più probabile che l’attentato segnali una frattura all’interno degli stessi talebani sull’accordo raggiunto. A Kabul un kamikaze, ieri sera, entra in un palazzetto per matrimoni e si fa esplodere, facendo almeno sessanta vittime e oltre centottanta feriti. I talebani smentiscono il loro coinvolgimento, l’ISIS non rivendica. La rivendicazione dell’ISIS arriva nel pomeriggio afghano.
E’ chiaramente una mossa per alzare il livello di disperazione e anche la posta delle trattative.

Nulla di buono insomma. Mentre si rallentano i tempi dell’ufficializzazione dell’accordo (e quindi della tregua che potrebbe risparmiare un po’ di vite), si comincia a dubitare della sua efficacia: una parte dei talib potrebbero considerarlo carta straccia.
Intanto Newsweek – smentito dai vertici della missione Nato – fa sapere che i militari americani hanno sospeso le operazioni belliche e l’assistenza alle truppe afghane contro i talebani, un segnale “politico” per la chiusura dell’accordo.

Dopo un conflitto più lungo della Seconda Guerra Mondiale, migliaia di morti innocenti, tremila cinquecento soldati caduti, miliardi serviti solo ad alimentare le aziende americane e la corruzione del governo afghano, questa è la exit-strategy che salva la faccia degli americani e consente a Trump di sventolare il risultato nella campagna per la rielezione del 2020. Il punto è che gli americani – per l’impazienza di Trump – si sono tuffati a capofitto in questa negoziazione, perdendo ogni “riserva” di trattativa nel caso all’ultimo minuto i talib cambino le carte in tavola.

Guardando in avanti, l’intesa è un bene perché è un passo per chiudere una guerra che ha chiamato altra guerra. Il punto è che nell’intesa tra talebani e americani, manca il governo afghano (con il quale i talebani non vogliono parlare perché lo considerano un fantoccio di Washington). Gli americani stanno pensando ai propri interessi, rinnegando tutti gli obiettivi usati in questi anni per giustificare la presenza nel Paese (diritti delle donne, libertà di stampa, democrazia, libero voto, stop all’oppio, ecc. ecc.) quindi stanno mollando anche Ghani, Abdullah e tutta la loro corte, che pure non hanno fatto nulla per meritarsi il supporto occidentale. Ma il punto non sono i governati, è il destino del popolo afghano.
In sintesi, dopo un accordo del genere – senza il governo di mezzo – è probabile che si apra il campo ad una resa dei conti tra governativi e talebani, tra tajiki e pashtun. Ci sono tutte le condizioni per una nuova guerra civile, esattamente come fu dopo il ritiro sovietico.
Il “macellaio di Kabul”, Hekmatyar, è stato uno dei protagonisti di quel conflitto, poi per anni nemico del governo con cui si è di recente “riconciliato”. Ora corre come candidato presidente. Insomma è uno che un po’ d’ “esperienza” ce l’ha. Hekmatyar sostiene che dopo l’accordo, l’esecutivo di Ghani collasserà. Altri esponenti della jihad – signori della guerra dell’epoca anti-sovietica – prevedono un possibile conflitto interno, ricordando tetramente che in Afghanistan ci sono milioni di fucili.

 

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Nico Piro

Provo a dare voce a chi non ha voce, non sempre ci riesco ma continuo a provarci. Sono un giornalista, inviato speciale lavoro per... continua a leggere