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Mojo e Crowdfunding, Afghanistan…ma che c’azzeccano?

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A volte ci sono mesi vuoti, in altri momenti invece i progetti si accavallano e non sai bene perchè. L’estate 2018, appartiene alla seconda categoria. Ed è così che mi ritrovo in queste settimane (al di là del mio lavoro che viene sempre in primis) a lanciare MOJO ITALIA – il primo festival italiano del Mobile Journalism di cui sono ideatore e direttore, organizzato da Stampa Romana e dall’Associazione Italiana Filmaker – e a condurre la mia seconda campagna di crowdfunding per l’uscita di un nuovo libro sull’Afghanistan.
E’ così che qualcuno – con una domanda all’apparenza banale, al contrario essenziale e opportuna – mi ha chiesto come si concilino le due cose. Ecco la risposta…
I percorsi sembrano tortuosi e non convergenti ma in realtà il cammino è unico e comincia a metà degli anni ’90 quando – da giovane cronista già insoddisfatto dalla rigida separazione dei media – prendo ad occuparmi di quella che all’epoca si chiamava “editoria elettronica” con il laboratorio “Memoria Verticale” e poi con il libro “Come si produce un Cd-Rom” pubblicato nel ’97 da Castelvecchi.
Ho sempre provato ad esplorare i nuovi scenari e i nuovi strumenti della tecnologia al servizio del racconto della realtà e del giornalismo. Ho continuato a farlo anche in Rai (per esempio con le sperimentazioni sul web, nei collegamenti in diretta da località remote, con i social). Il mobile journalism l’ho incontrato – anni dopo – percorrendo questa strada ma spinto da necessità dettate dai tempi e dalle contingenze contemporanea: la crisi del giornalismo e l’assenza di risorse.
Quando nel 2014 mi sono messo in testa di produrre un documentario sull’epidemia di Ebola, per “documentare” la più grave epidemia di un male incurabile della storia recente ero alla ricerca di “mezzi di produzione” che fossero leggeri (per consentire ad una sola persona di lavorare il maggior numero di ore, ogni giorno), robusti, con una buona resa e poco costosi. All’epoca sfiorai l’allora nascente mojo, andandomi invece ad infilare nella sperimentazione con le action camera per poi finire nel mondo delle mirrorless. Subito dopo passai al capitolo mobile. Oggi gli smartphone rappresentano (nei loro diversi gradi di utilizzo professionale) una risposta destinata anche a chi non ha budget e combatte con i conti.
Inoltre il budget spesso c’è, i soldi ci sono ma non sono disponibile per coprire crisi dimenticate e per dar voce a chi non ha voce; temi che sono sempre meno “prioritari” in tempi di ristrettezze in cui si punta sull’essenziale (o meglio su quello che gli editori ritengono sia essenziale per il pubblico). Per questo, per ben due volte, ho dovuto usare lo strumento del crowdfunding per portare avanti il racconto dell’Afghanistan e della sua lunga guerra.
Se un editore ti assegna delle risorse per coprire crisi dimenticate e luoghi remoti non saranno mai “notevoli”, se te le procuri con metodi partecipativi come il crowdfunding non navigherai nell’oro, se le ottieni attraverso fondi internazionali (i famosi “grant”) sarà lo stesso. Insomma comunque vada non avrai denaro a sufficienza per mettere sù una squadra di produzione, dovrai far tutto da solo (più lavori nello stesso momento!), dovrai limitare al minimo le spese. Ed è chi che la strada conduce al mobile journalism come strumento di produzione a basso budget. Ecco come volevasi dimostrare, crowdfunding e mojo c’azzeccano (avrebbe detto un inquirente diventato politico) e come!

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Nico Piro

Provo a dare voce a chi non ha voce, non sempre ci riesco ma continuo a provarci. Sono un giornalista, inviato speciale lavoro per... continua a leggere