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Backstage 4 Il senso del pericolo

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Non è stata solo una questione di difficoltà tecnica (consistente nel girare e produrre da solo), il lavoro sul campo per “KILLA DIZEZ” è stata una sfida anche dal punto di vista delle condizioni di sicurezza.

Per chiarezza va detto che condivido l’opinione al riguardo di John Cooper, il fotografo americano che ha il merito di aver rotto il muro di silenzio su Ebola non solo grazie alle sue straordinarie fotografia ma anche perchè ha diffuso l’esperienza (procedure di sicurezza e precauzioni) accumulata sul campo in Liberia, tra molti colleghi, di fatto consentendo anche a loro di andare a seguire da vicino l’epidemia. Secondo Cooper il livello di rischio a cui è stato esposto durante l’epidemia di Ebola è stato decisamente inferiore a quello affrontato in Iraq e Afghanistan. Il pericolo di venir rapiti, colpiti da un proiettile, coinvolti in un’esplosione o in un’imboscata per giunta in un’ambiente quasi sempre totalmente ostile, nel quale c’è la necessità primaria di lavorare passando inosservati o tenendo comunque un basso profilo è sicuramente una sfida nettamente più difficile, anche considerando la necessità della continua “raccolta” di dati, di informazioni e di notizie per poter valutare di volta in volta la natura del pericolo a cui ci si espone.

In Sierra Leone e comunque nelle aree epidemiche, la situazione era molto più semplice, quasi binaria. C’era bisogno di proteggersi dal contagio, punto. Un obiettivo apparentemente semplice se non fosse che per fare il tuo lavoro  – sistematicamente e scientemente – devi violare tutte le norme comportamentali di prevenzione. E il contagio di un cameraman della NBC – sempre in Liberia – ha dimostrato quanto difficile sia proteggersi stando sul campo, un episodio che ha disincentivato ulteriormente la presenza dei media stranieri.

Quali norme comportamentali di prevenzione? In breve: evitare il contatto fisico con le persone; evitare i luoghi affollati; evitare cerimonie di sepoltura e i cimiteri; evitare i luoghi di cura e di isolamento; evitare le funzioni religiose; evitare le aree in quarantena. Per un giornalista, di questo elenco è probabilmente fattibile solo il primo punto nella misura in cui si parla di contatti volontari non di quelli fortuiti che avvengono normalmente in luoghi affollati come i mercati. In pratica, significa non stringere la mano a nessuno, non carezzare la testa dei bambini, non battere il cinque, insomma tenere una certa distanza di sicurezza dall’ambiente circostante.

In generale, in Sierra Leone dove – come in tutta l’Africa occidentale – la gestualità e la comunicazione corporale sono parte fondante della cultura sociale e dove al posto di “Come stai?” in lingua locale si chiede “Come sta il tuo corpo?”, Ebola ha radicalmente cambiato certe abitudini. L’imperativo “No touch” e “Don’t touch nobody” – il mantra della prevenzione – ha abolito la stretta di mano e i vari “Hi five” in stile rapper, fino a quel momento diffusissimi. Quindi è diventato accettabile socialmente non salutare una persona con una stretta di mano, cosa solitamente considerato uno sgarbo. Se questo è stato d’aiuto per evitare i contatti intenzionali, non toccare qualcuno in un caotico mercato o in una strada affollata  (che in Sierra Leone significa affollatissima) è in pratica impossibile.

Ebola, per fortuna, non si trasmette per via aerea ma solo attraverso i liquidi biologici, purtroppo le condizioni di igiene nel Paese sono tali che un semplice contatto puoi significare contrarre il virus (per esempio, per l’abitudine di pulirsi il naso con le mani) anche se deve comunque trattarsi di un contatto con un contagiato in fase attiva (quindi con la febbre, visto che il portatore sano di Ebola è una casistica che riguarda solo i sopravvissuti all’infezione, i quali per esempio possono trasmettere il virus dopo mesi e mesi attraverso contatti sessuali, al di là di quanto si pensasse in un primo momento).
I cadaveri restano la principale fonte di trasmissione della malattia perchè i corpi rappresentano una carica virale massima e per via dell’ancestrale rito del lavaggio dei corpi prima della sepoltura (così, con l’aspersione di chi partecipava al funerale di una guaritrice morta di Ebola dopo una “visita” in Libera) il virus  è arrivato in Sierra Leone.

C’è da dire che a complicare lo sforzo di prevenzione mentre si lavora ad un documentario, ci si mette l’attrezzatura che di per sè è un “accumulo” e un veicolo potenziale di liquidi biologici (tra l’altro il virus resta vivo a lungo lontano da creature viventi, quindi anche su oggetti inanimati) e il fatto che si è totalmente concentrati sull’immagine e i suoi parametri, l’inquadratura, l’audio, la storia.

Il rischio, ovviamente, si moltiplica quando ci si reca in posti dove di sicuro ci sono fonti di contagio come le aree in quarantena (per esempio il villaggio dei pescatori di Abeerden, nel documentario), i centri di isolamento, la “zona rossa”. Quelli sono luoghi dove il virus non è una possibilità, la sua presenza è una certezza. Nel caso delle strutture sanitarie non resta che seguire le procedure di sicurezza e cercare di fare meno errori possibile, nel caso invece delle aree abitate c’è davvero poco da inventarsi, l’unica soluzione possibile è limitare al minimo i contatti, abusare di ipoclorito di sodio (candeggina, l’unico prodotto capace di uccidere il virus…da portarsi sempre dietro anche se l’OMS ne segnala un decadimento nel giro di 24 ore, dalla miscelazione) e nella peggiore delle ipotesi indossare il PPE.

Per il viaggio all’interno della “zona rossa” – i reparti dove si tenta di curare i malati di Ebola –  il Personal Protection Equipment non è un’opzione, è un obbligo. Le varie organizzazioni mediche hanno scelto di allestire la tuta in maniera diversa (anche a seconda del materiale disponibile e dell’esperienza accumulata col tempo), in generale è necessario un corso e molte prove (vestizioni/svestizioni a “secco”) per acquisire la tecnica giusta per indossare e soprattutto liberarsi della tuta dopo l’uso. Il PPE è una protezione ma è anche un ostacolo e un gran pericolo. Un ostacolo perchè la tuta è una barriera tra paziente e medico (che, per esempio, non può usare un banale stetoscopio ) e una fonte di fatica, di disidratazione, di confusione sensoriale (in particolare la visiera in plastica trasparente, lo “shield”, sotto al quale si veste una mascherina, oltre al cappuccio della tuta impermeabile e con le cuciture termo saldate).
Una fonte di pericolo, perchè un’errata vestizione può portare a rotture delle protezioni (per esempio dei guanti) oppure può spingerci a non vedere delle rotture presistenti (le tute sono monouso quindi decisamente più fragili delle tute con autorespiratore, inoltre vengono stipate in condizioni di gran caldo, non ideali per la plastica e le cuciture termosaldate). La svestizione è un momento critico perchè va seguita una specifica sequenza, molto precisa, con movimenti studiati proprio per liberarsi della tuta che – a quel punto, dopo essere stata nei reparti ad alta concentrazione virale – è sicuramente contaminata, è quindi una fonte di contagio. Del resto, sono noti diversi casi di personale medico che ha contratto il virus proprio in questo modo.

La mia ulteriore complicazione era ovviamente la camera, la regola vuole che tutto ciò che entri nella red zone non ne possa uscire, con poche eccezioni come gli occhiali da vista. Avevo con me una GoPro con la sua custodia subacquea, montata su una SteadyCam meccanica, non elettronica, quindi è stato possibile sottoporle ogni volta al lungo processo di decontaminazione (immersione nella “corrosiva” soluzione di ipoclorito di sodio ad alta concentrazione) ma almeno siamo riusciti a mostrare il lavoro all’interno del reparto, un documento – per quanto ci risulti – unico.

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Nico Piro

Provo a dare voce a chi non ha voce, non sempre ci riesco ma continuo a provarci. Sono un giornalista, inviato speciale lavoro per... continua a leggere