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Attacco a Parigi. Modello Mumbay-Kabul

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Gli attacchi a Parigi sono stati condotti con la tecnica dell’operazione coordinata: piccoli gruppi di fuoco, dotati di armi automatiche e di attentatori suicidi, diretti in (quasi) contemporanea contro i cosiddetti “soft target” ovvero obiettivi civili a basso – se non nullo – livello di sorveglianza.
In termini operativi è un salto di “qualità” (le virgolette sono d’obbligo) rispetto agli attacchi a cui l’occidente è stato soggetto negli ultimi anni, da quello al parlamento canadese fino alla stazione di Atocha condotti con la stessa matrice militare (pochi operativi se non persino uno solo) con l’obiettivo di avere un forte impatto mediatico e il più alto numero possibile di vittime civili. Gli operativi – i terroristi – sono solitamente, immigrati di seconda o terza generazione, con alle spalle viaggi nelle aree dei campi d’addestramento, cellule in sonno che si attivano  – di solito – attraverso messaggi “in codice” pubblicati su forum jiadisti e incomprensibili ai più.

Gli attacchi di Parigi, in termini assoluti, non sono una novità nel mondo del terrorismo di matrice islamica, quello cresciuto operativamente nelle aree tribali pakistane e nelle remote valli afghane, si tratta invece della riproposizione su suolo occidentale (questa sì una novità assoluta) di un modello sperimentato per la prima volta il 26 novembre del 2008 a Mumbay, in India, con la metropoli messa in ginocchio da un’operazione che ha colpito più obiettivi praticamente in contemporanea, confondendo le forze dell’ordine, paralizzando una consistente area urbana e amplificando le ondate di panico tra la popolazione e sui media di tutto il mondo. Un risultato raggiunto – lo ripeto – grazie a pochi operativi, con armamento relativamente a “buon mercato” (alias recuperabile tramite i canali della criminalità organizzata locale).

Il modello Mumbay – sviluppato in Pakistan, con il sostegno dei servizi locali storicamente nemici dell’India – è stato poi replicato dai militanti del clan Haqqani (anch’essi di base nelle aree tribali pakistan, il cosiddetto Pashtunistan o “vero” Afghanistan) più volte nella città di Kabul, fino ad evolversi in un altro modello (quello dell’occupazione degli altissimi palazzi in costruzione dai quali colpire a 360 gradi paralizzando la città e dando vita ad assedi destinati a durare ore ed ore – più consono al tessuto urbano di una città in fase di stravolgimento dalla speculazione edilizia finanziata dai narco-dollari).

“Attacchi coordinati” questo è quello che è successo a Parigi, con un numero di vittime altissimo rispetto persino ad attacchi clamorosi e simbolici come quello contro Charlie Hedbo (anche se l’attacco alla stazione di Atocha, Madrid, resta il più sanguinoso in questa macabra classifica). Comprenderne la matrice tattica, aiuta a capire la lezione più amara degli attacchi a Parigi: si tratti di un’operazione non fronteggiabile “militarmente” se non quando già in corso e con risultati (lo dimostra il blitz al teatro delle pur espertissime forze speciali francesi) destinati ad essere necessariamente insoddisfacenti.
L’unica strada è la prevenzione, ovvero l’intelligence (e le recenti gaffè dei servizi francesi con infiltrati rivelatesi poi doppi agenti, non fanno sperare bene) altrimenti si apre la strada alla militarizzazione delle nostre città ed a leggi speciali che ridurranno ulteriormente la privacy e la libertà individuale, con possibili provvedimenti mirati verso istituzioni religiose e comunità islamiche.  Perchè se un solo combattente può mettere in ginocchio un’intera società, l’unico modo per fermare quel combattente è controllare l’intera società.

In sintesi il risultato sarebbe quello di un peggioramento del clima di paura e un inasprimento – anche a livello di vulgata popolare – dello “scontro” di civiltà tra occidente e mondo islamico.
Questa potrebbe essere la principale vittoria di un movimento militare islamico che – come un tumore – si nutre di odio e di nemici (più sono e più cresce) nonostante ciò temo che questa sia la strada più probabile sulla quale le società occidentali si stanno avviando.

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Nico Piro

Provo a dare voce a chi non ha voce, non sempre ci riesco ma continuo a provarci. Sono un giornalista, inviato speciale lavoro per... continua a leggere