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KILLA DIZEZ – Backstage (1)

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Nico Piro in Sierra LeoneSolo Mission

Quando ho capito che quella in Sierra Leone, durante l’epidemia di Ebola, sarebbe stata una “solo mission” (alias non avrei avuto un telecineoperatore al mio fianco) mi sono ritrovato di fronte a dubbi e incognite talmente pesanti che mettevano in discussione la stessa fattibilità della produzione.
Avrei dovuto fare tutto da solo in un’ambiente ad alto rischio e con molte difficoltà logistiche. Inoltre, avevo l’intenzione e la necessità di scegliere una precisa “fotografia”; legata all’esplosiva vitalità dell’ambiente africano ma contrapposta al soffocante clima di fine vita all’interno delle corsie Ebola, un equilibrio davvero difficile.

In questo post provo a condividere l’esperienza di produzione di KILLA DIZEZ, sperando che possa essere utile anche a chi legge.


Lo slalom

Tra i tanti, il primo grosso problema che mi trovavo ad affrontare era quello dell’attrezzatura e non si trattava solo di una questione strettamente tecnica.
I paletti che mi trovavo di fronte erano molti e dovevo affrontarli ad alta velocità come in uno slalom gigante: avevo bisogno di un’attrezzatura leggera, questo era il principale obiettivo, qualcosa che non richiedesse l’aiuto di un’assistente per essere trasportata, montata e rimontata, soprattutto qualcosa che mi consentisse di lavorare tutto il giorno massimizzando il tempo a mia disposizione e non mi sfiancasse. Avevo bisogno anche di un’attrezzatura compatta, quindi facilmente trasportabile in un unico “collo”, in uno zaino; un kit robusto, capace di resistere ad un’area di crisi e alla sua universale assenza di buone maniere; volevo poi un dispositivo che mi consentisse di girare cambiando le ottiche, dando profondità di campo e scegliendo quindi un approccio più fotografico. Non c’era da seguire un evento “in corso”, bruciato dalla febbrile cronaca quotidiana (per la quale la telecamera resta imbattibile), al contrario si doveva raccontare un evento in qualche modo, ormai, “cronico” dal quale cercare di prendere anche le “distanze” (visive) per un racconto destinato a durare nel tempo…e non ad incartare il pesce il giorno dopo, come si diceva nei quotidiani una volta…Appunto, più  documentaristico. Ovviamente superati tutti questi paletti di fronte ne avevo uno grande come un albero: il budget…La produzione (e i suoi costi) erano tutti sulle mie spalle.

IMG_2081Il kit

A tutti questi requisiti mi sembrava rispondesse una mirrorless e quindi la scelta non poteva non cadere sull’a6000 della Sony, la macchina che ha rivoluzionato il mondo delle mirrorless (e che probabilmente manderà in pensione le ingombranti reflex). In realtà il primato va condiviso con la sua sorella maggiore, la a7 (full frame) fuori però della mia portata.
Negli Stati Uniti sono riuscito a comprala in bundle, con due lenti Sony (un obiettivo 16-55 e un 55-200…in pratica le ottiche di cui avevo bisogno) per circa 700 dollari (contro gli oltre 3000 che avrei dovuto spendere se avessi optato per la versione full frame). L’ho presa dal mio fornitore preferito, Beach Camera che ha prezzi identici a B&H (corpi ed ottiche) ma avendo sede in New Jersey non applica le tasse sulle vendite dello stato di New York (una differenza del 9% circa).
Ovviamente l’a6000 ha dei “limiti tecnici” imposti dal marketing, in pratica non può mettere fuori mercato la sorella maggiore. Il primo è semplicemente patetico quanto strumentale: nel mondo del digitale, Sony impone un vincolo di stampo analogico…le camere comprate negli Usa e in certe parti d’Asia sono NTSC (60i – 30fps) mentre quelle europee possono passare da NTSC a PAL e viceversa. Inutile tentare l’hack, perché il blocco è scritto nel chip…mentre l’indicazione sul tipo di camera è inciso al micron sull’etichetta con il numero di serie, sul fondello della camera (50i o 60i inserito nel codice).
Quello che mi scombussolava i piani era però l’assenza di un audio-in: di un ingresso audio per un microfono panoramico di qualità superiore rispetto a quello in camera.
Non è stato facile trovare una soluzione accettabile ovvero “compatta”, cioè non pensata per un assistente fonico (registratori esterni, fili, collegamenti radio, extra batterie…e complicazioni varie).
La soluzione è stata il LensHopper della Shure, un microfono panoramico con un registratore incluso; microfono al quale ho aggiunto un “cane” anti-vento di terza parte (quello Shure sarebbe costato una fortuna per essere un pezzo di spugna).

Alla funzione sync clip di Final Cut Pro X, il compito di sincronizzare l’audio del microfono di bordo e quello- decisamente superiore – del panoramico esterno.

Il problema che si poneva a questo punto era come tenere tutto insieme, dopo un po’ di esplorazione da B&H a New York, la soluzione è stata una piccola staffa Vello (la CB-510 dual shoes) sulla quale assicurare la camera, il microfono ed un eventuale luce (ho comprato una luce led della Genarey, il modello 6200t 144 a colore variabile). Soprattutto la staffa “ad elle” mi consentiva di impugnare saldamente la camera.

Restava un aspetto non secondario da risolvere: il fuoco. L’oculare di questa camera è una delle grandi innovazioni che hanno consentito alle mirrorless di evolversi, in pratica una micro-telecamera proietta l’immagine dentro l’eye view finder che è così altamente realistico soprattutto per il video. Purtroppo l’oculare accelera il già drammatico consumo delle batterie e, soprattutto, è diventa troppo scomodo “farci il fuoco” durante lunghe sessioni di ripresa, dinamiche e non in un’ambiente controllato come uno studio di posa o location “tranquille”. Allo stesso tempo, sotto il sole d’Africa, era facilmente prevedibile che l’uso del display sarebbe stato impossibile. Bisognava trovare una soluzione.

IMG_2079Quando ho realizzato che c’era bisogno di un view finder, una video loupe, un oculare esterno o qualcosa del genere ero già in Italia e quindi non potevo più aggirarmi libero nel parco giochi di B&H provando e toccando con mano i candidati ai diversi ruoli in questa produzione. Ho tentato su internet con scarsi risultati, alla fine ho trovato una soluzione da Sabatini a Roma. Ho comprato un “mirino” della GGS Swivi (il modello S4) che si staffa all’attacco del cavalletto e resta saldo sul display. E’ un prodotto di costruzione solida (tutto in metallo) quindi perfetto per l’area di crisi e soprattutto non si attacca al display con gli odiosi bordi adesivi che reggono a malapena, pronti a disimpegnarsi al primo urto.
Certo tra staffa, piastra del cavalletto e oculare esterno in pratica sotto la macchina si era creata una bella congestione, tipo ora di punta, ma era il minor prezzo da pagare considerando che l’unica alternativa poteva essere un monitor esterno (almeno al doppio del prezzo…almeno) con l’aggiunta di un’ennesima complicazione “elettronica” al kit, altre batterie da caricare, altri caricabatterie…altro calore…

Il mio “camera rig” era stato assemblato, una soluzione “custom” anche perché il mercato delle mirrorless è ancora relativamente nuovo e molti produttori di accessori non ci si sono ancora lanciati sopra,  basta pensare che il view finder esterno era in dimensioni adatte agli schermi delle reflex non a quello di una mirrorless (anche qui, altro lavoro di fantasia artigiana per riuscire a centrarlo senza penalizzare troppo l’immagine)

1 – (Continua)

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Nico Piro

Provo a dare voce a chi non ha voce, non sempre ci riesco ma continuo a provarci. Sono un giornalista, inviato speciale lavoro per... continua a leggere