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L’America sembra svegliatasi da un lungo sonno, in questi giorni. Finalmente scopre che i problemi del conflitto afghano risiedono dall’altra parte del confine in Pakistan o meglio finalmente lo ammette in pubblico. E’ un brutto segnale perchè ricorda i tentativi sovietici di colpire oltre frontiera durante l’agonia di quell’altro conflitto afghano. E’ un brutto segnale perchè Stati Uniti e Pakistan sono ufficialmente alleati, proprio dai tempi di quella devastante guerra che poi si rivelò essere la madre dell’estremismo islamico militante e militare. E’ un brutto segnale perchè gli Stati Uniti, chiaramente, non sanno cosa fare, non hanno una strategia per fermare le manovre pakistane.

Per svegliare gli Stati Uniti ci sono voluti gli attacchi all’ambasciata americana di Kabul, che l’ammiraglio Mullen ha ufficialmente attribuito al clan Haqqani con l’appoggio dei servizi segreti pakistani, e l’assassinio di Rabbani, che ormai il governo afghano ufficialmente imputa ad Islamabad.
L’America lo sa da sempre: del resto che l’Isi, i servizi segreti pakistani siano stato il socio fondatore dei talebani è scritto nei libri di storia esattamente come l’interesse pakistano ad avere un vicino afghano debole e strumentalizzabile, ora però l’Afghanistan balla talmente sul baratro che anche gli Stati Uniti hanno dovuto ammettere il problema chiudendo (almento apparentemente) l’epoca dei due piedi in una scarpa.

Af-Pak è una sigla andata molto di moda negli ultimi anni, una di quelle che in lingua inglese suonano così bene. Eppure l’epoca dell’approccio combinato Af(ghanistan)-Pak(istan) è ormai finita, non si può essere amici di entrambi i Paesi salvo girarsi dall’altra parte quando uno dei due la fa grossa.
E, come ci ricorda oggi il New York Times, è esattamente quello che gli Stati Uniti hanno fatto, per esempio, nel 2007 quando fecero finta di non sapere che dietro l’attacco oltre confine costato anche la vita ad un ufficiale americano c’erano appunto i pakistani. La stampa americana è un’indicatore significativo per capire quale sia il termometro diplomatico a Washington: quando le cose peggiorano, in questo caso con il Pakistan, è come se si aprisse un armadio e vengono fuori storie fino a quel punto tenute riservate, come appunto questa che conferma (se mai ce ne fosse stato bisogno) la doppiezza pakistana.

Ammesso il problema, adesso il vero dilemma è cosa fare. I vertici militari (un potere pesante, molto pesante, in Pakistan) hanno già fatto quadrato in nome dell’orgoglio nazionale. Il governo (civile e post-golpista) è troppo debole per contrastarli e rischia, a giorni alterni, di trovarsi su un aereo con destinazione l’esilio estero. Senza considerare che il Pakistan possiede la bomba atomica i cui segreti ha fatto già circolare, per esempio, in direzione nord-coreana. Il Pakistan di oggi è un “mostro” (non il Paese ovviamente ma i suoi assetti di potere) creato ai tempi della jihad anti-sovietica. E’ forse troppo tardi per ribaltare la situazione o almeno farlo tanto rapidamente quanto l’emergenza afghana ormai richiede.

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Nico Piro

Provo a dare voce a chi non ha voce, non sempre ci riesco ma continuo a provarci. Sono un giornalista, inviato speciale lavoro per... continua a leggere