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Lo scenario peggiore

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La prudenza è sempre d’obbligo nell’analizzare i fatti che accadono in Afghanistan, Paese dove tutto è mai come sembra. Soprattutto in un periodo in cui, ho l’impressione che la stampa americana si stia sempre più dividendo tra favorevoli e contrari alla guerra. Ebbene questa volta ha avuto ragione chi – a dispetto di tutta una serie di elementi incongruenti – ha da subito scommesso sulla responsabilità della guerriglia nell’uccisione dei dieci operatori umanitari massacrati, appena lasciato il Nuristan. Lo scetticismo rispetto a questa interpretazione dei fatti era condiviso da diverse fonti, dalla polizia locale alla stessa organizzazione cui appartenevano i medici e i loro collaboratori. Io personalmente (in compagnia anche di altri osservatori come i security contractor-blogger di FreeRange) ho preferito mettere da subito in evidenza gli elementi incongruenti e sposare la linea della prodenza. Oggi però l’IAM ha “ritirato” il suo scetticismo ed ha affermato di ritenere che siano stati militanti (genericamente “fighters” – più corretto della definizione talebani sposata da tante testate) a perpetrare quel barbaro crimine e non rapinatori. Scrive l’agenzia AP:

In the first days after the attack, the group’s leaders had said they suspected the team was set upon by robbers, despite a Taliban claim of responsibility. Local police had also said they suspected a criminal motive behind the killing of six Americans, two Afghans, a German and a Briton in the northern province of Badakhshan.

«Our own research suggests that the murders were not a robbery,» Dirk Frans, director of the International Assistance Mission, said in a statement. «We are now working on the assumption that the attack was an opportunistic ambush by a group of non-local fighters.»

A questo punto pare chiaro che è stata ritenuta credibile la testimonianza di Safiullah, l’afghano graziato dagli assassini, poi arrestato dagli investigatori e ora rilasciato. Secondo quanto raccolto dall’AP, l’uomo avrebbe raccontato che il gruppo stava cercando un guado per attraversare un fiume con i fuoristrada, a quel punto un afghano (un abitante del posto – apparentemente) ha offerto il suo aiuto. Dopo il guado, il gruppo si è fermato per il pranzo, in un’area boscata lungo la strada, al fondo di una stretta valle. Quando l’afghano li ha lasciati, è cominciata la pioggia di proiettili e si è presentato il gruppo di uomini armati; poco dopo i medici e i due accompagnatori afghani erano tutti morti. Il gruppo pare provenisse da Barg-e-Matal, la capitale del Nuristan, l’inferno per le truppe americane che hanno praticamente lasciato la provincia. Secondo le prime ricostruzione del Washington Post, gli assassini parlavano lingue straniere, facendo pensare quindi ad uomini di Al Qaeda. Safiullah sarebbe stato più preciso con gli investigatori, perchè ha raccontato che gli uomini gridavano «Jadee! Jadee!», una parola pakistana che sta per “forza, sù” o qualcosa del genere, avrebbero anche parlato tra loro in Pashaye, un dialetto parlato solo in alcune aree dell’Afghanistan nord-orientale.

Dopo giorni passati a cercare di capire cosa sia successo davvero, mi sembra che ormai si possa dire che si è materializzato lo scenario peggiore: è praticamente la prima volta che viene attaccata la delegazione di una ong, reduce per giunta da un’opera a favore delle popolazione di quella zona.
Questo cambia tutte le “regole d’ingaggio” della guerriglia (un po’ come quando la mafia cominciò ad ammazzare donne e bambini) per quanto l’utilizzo della parola guerriglia, sia una semplificazione – un ombrello terminologico che sta per un agglomerato di gruppi diversi. Per questo era importante capire come fossero andate le cose. Ormai possiamo dire che persa quest’ultima remora, la sicurezza in Afghanistan è ormai fuori controllo e di certo assisteremo nei prossimi mesi al ritiro di molte ong o comunque ad una riduzione delle loro attività sul campo. SParliamo di “soft-target” ovvero di obiettivi facili da colpire, persone e organizzazioni disarmate, senza scorte o sentinelle che sin’ora si sentivano protette dal proprio lavoro, dalla propria funzione sociale. Questo episodio cambia tutto, l’Afghanistan è sempre più nel baratro della violenza senza quartiere.

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Nico Piro

Provo a dare voce a chi non ha voce, non sempre ci riesco ma continuo a provarci. Sono un giornalista, inviato speciale lavoro per... continua a leggere