{"id":7965,"date":"2017-10-21T18:24:49","date_gmt":"2017-10-21T16:24:49","guid":{"rendered":"https:\/\/nicopiro.wordpress.com\/?p=7965"},"modified":"2017-10-21T18:24:49","modified_gmt":"2017-10-21T16:24:49","slug":"mogadiscio-afghanistan","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/nicopiro.it\/2017\/10\/21\/mogadiscio-afghanistan\/","title":{"rendered":"Mogadiscio, Afghanistan"},"content":{"rendered":"
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[vimeo 239252566 w=640 h=360]<\/p>\n

Sabato scorso un camion bomba ha fatto centinaia di vittime a Mogadiscio. In certe “aree di crisi” \u00e8 complesso persino contare i morti fosse solo perch\u00e9, considerate le condizioni dell’assistenza sanitaria, la lista dei feriti gravi (che purtroppo facilmente passano nel conteggio dei morti) non viene rapidamente aggiornata. Questa volta poi c’erano di mezzo le macerie dell’hotel Safari, tra le quali cercare possibili sopravvissuti, e l’esplosione di una piccola rivendita di carburante che ha reso molti corpi assolutamente irriconoscibili, resti umani carbonizzati.
\nTra sabato e domenica, si \u00e8 passati da 50 vittime ad oltre 200, nei giorni successivi fonti varie si sono accavallate a quelle ufficiali: c’\u00e8 chi ha parlato di 500 e persino di 600 morti.
\nUna settimana dopo, oggi, \u00e8 arrivato il bilancio che potrebbe essere prossimo a quello finale: 358 morti, 228 feriti, 56 dispersi per un totale di 642 vittime.<\/p>\n

Un morto \u00e8 sempre uno di troppo, un ferito \u00e8 sempre uno di troppo eppure c’\u00e8 da restare increduli nel vedere come \u00e8 stato tratta il caso somalo dai media occidentali tutti, con qualche eccezione (nella mia testata il Tg3, ce ne siamo occupati sia sabato che domenica ndr)<\/em>.
\nA guardare i numeri quello di sabato 14 ottobre 2017 \u00e8 uno dei dieci peggiori attentati dopo l\u2019attacco dell’11 settembre, anche a voler considerare quest’ultimo bilancio ufficiale che \u00e8 evidentemente prudenziale (112 feriti gravi sono stati portati all’estero per tentare di salvare loro la vita e i 56 dispersi \u00e8 quasi sicuro che siano morti salvo fortunate, e auspicabili, coincidenze).
\nDa increduli si passa ad essere pietrificati, se si paragona la copertura mediatica dell’attentato di Mogadiscio a quella ricevuta dall’attacco fallito alla metropolitana di Londra, stazione di Parson Green, 15 settembre, con il vile ferimento di una trentina di persone in nome di ideologie criminali.<\/p>\n

Nell’ultima settimana, nonostante la stagione di combattimenti sia ormai pressoch\u00e8 finita, in Afghanistan ci sono stati circa 250 morti in sette diversi attentati terroristici: sabato a Kabul contro l’accademia militare, venerd\u00ec a Kabul contro una moschea sciita, venerd\u00ec contro un’altra moschea (sunnita) nella provincia di Gwhor, gioved\u00ec contro una base dell’esercito a Kandahar (mentre un autobomba uccideva alcuni poliziotti a Ghazni), mercoled\u00ec contro una sede della polizia nella provincia di Paktia e nello stesso giorno contro un edificio governativo a Ghazni.
\nA queste vittime \u00e8 toccato lo stesso trattamento mediatico (forse peggiore) di quelle di Mogadiscio.<\/p>\n

Intanto, il governo somalo parla di “stato di guerra” e contando sull’impegno militare statunitense sempre pi\u00f9 intenso nell’area promette nuove operazioni contro Al Shaabab, quelle “corti islamiche” (una sorta di talebani somali) a cui si imputa l’attacco. Secondo alcune ricostruzioni, lo stesso attentato \u00e8 stato compiuto da un parente di vittime innocenti di un fallito raid contro Al Shaabab dei mesi scorsi. A riprova di quanto soffocante sia la spirale della guerra, dove sangue chiama altro sangue.<\/p>\n

In questa grande lavatrice che \u00e8 diventa l’informazione nell’era digitale, con l’ultima notizia che scalza la precedente, con trend che dominano per alcuni giorni e finiscono poi nelle ultime pagine perch\u00e9 \u00e8 arrivata una nuova “big thing” a polarizzare l’attenzione, dare “spazio” alle crisi lontane \u00e8 diventato paradossalmente ancora pi\u00f9 difficile.
\nPrendersela con il mondo dell’informazione \u00e8 per\u00f2 troppo facile.<\/p>\n

Fermo restando che io sono il primo a dover fare autocritica (utile pratica per tutti, giornalisti e non), va anche detto che in un mondo dove ogni cosa \u00e8 diventata interconnesso, dove con pochi euro si arriva dall’altra parte di un continente, dove l’11 settembre ha dimostrato chiaramente come non esistano pi\u00f9 luoghi “remoti” e forme di “isolamento” geografico, dove non c’\u00e8 “muro” che tenga, il sentire comune continua a classificare i mali del mondo con il conta-chilometri dando un valore minore (“inferiore”) a quelli pi\u00f9 lontani.
\nQuando poi un mare di disperati arriva in Europa realizziamo che sull’altra sponda del Mediterraneo che c’\u00e8 una guerra \u00a0lontana (nello specifico, in Siria) e ce ne “accorgiamo” dopo quattro anni dall’inizio di quel conflitto.<\/p>\n

Un atteggiamento, alla fine, non solo poco umano ma anche poco utile a noi stessi (altro che buonismo!), perch\u00e9 occuparci delle crisi dimenticate – categoria che di per s\u00e9 non dovrebbe esistere – significa anche beneficiare di un mondo migliore, in un pianeta ormai interconnesso dove la globalizzazione non riguarda solo le merci ma anche le emergenze, le quali prima o poi vengono sempre a bussare alla nostra porta.
\nSe l’informazione deve fare la sua parte, \u00e8 un salto culturale quello di cui tutti noi abbiamo bisogno: uscire dall’algebra della paura che ci imprigiona dal dopo 11 settembre, considerare i morti altrui esattamente come consideriamo i nostri, guardare al mondo e non illuderci che “casa nostra” (dietro un immaginario muro) sia poi cos\u00ec lontana da Kabul, da Mogadiscio, dalla Siria, dai luoghi del dolore.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"

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