{"id":2876,"date":"2016-02-05T16:06:37","date_gmt":"2016-02-05T14:06:37","guid":{"rendered":"https:\/\/nicopiro.wordpress.com\/?p=2876"},"modified":"2016-02-05T16:06:37","modified_gmt":"2016-02-05T14:06:37","slug":"diario-dalla-jungla","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/nicopiro.it\/2016\/02\/05\/diario-dalla-jungla\/","title":{"rendered":"Diario dalla “jungla”"},"content":{"rendered":"
[vimeo 154309777 w=500 h=281]<\/p>\n
Fango Francese<\/a> from Nico Piro<\/a> on Vimeo<\/a>.<\/p>\n Chiudo questa serie di post sulla mia trasferta nel nord della Francia, raccontando il dietro le quinte di una delle nostre giornata ne “la jungle”. Una serie di episodi “personali” magari utili\u00a0a capire le tante contraddizioni della crisi rifugiati.<\/p>\n La zona industriale di Calais \u00e8 avvolta da un persistente puzzo di candeggina, eppure l’enorme scalo dei traghetti dista in linea d’aria poche centinaia di metri quindi\u00a0il vento dell’Atlantico dovrebbe soffiare forte e salmastro come sempre. Abbiamo varcato l’ “ingresso” del campo da pochi metri, quando un uomo\u00a0ci si scaglia contro, gridando che la dobbiamo smettere di riprendere perch\u00e8 loro – i rifugiati – non sono scimmie allo zoo. Grida di una chiesa rotta e altre frasi confuse che faccio fatica a capire. L’operatore non aveva nemmeno cominciato a riprendere, abbassa la camera mentre io\u00a0mi faccio incontro all’uomo, cercando di rassicurarlo e di stabilire un contatto anche “fisico”. Ci grida di andare a destra alla “broken church” mentre un gruppo di ragazzi sudanesi ci circonda sostenendo le ragioni dell’uomo (che poi scoprir\u00f2 essere curdo). Lasciamo il gruppo, salutiamo senza mostrare paura,\u00a0incamminandoci\u00a0dal lato che l’uomo ci aveva indicato.<\/p>\n Sapevamo che gli interventi della polizia avevano fatto salire la tensione nel campo ma questo non \u00e8 un buon inizio. Chiunque incontriamo ci fa segno di abbassare la camera. E’ una brutta atmosfera, un po’ come a Patrasso nel 2008, durante il mio primo giorno\u00a0nella “piccola Kabul”, un luogo di uno squallore opprimente che rispetto alla “jungla” sembrava un hotel, fosse solo per il mite clima ellenico. Continuiamo a camminare sul viale nelle direzione della “broken church” ma vicino alla “library”, la Chiesa dei ragazzi sudanesi \u00e8 sempre in piedi. Andiamo avanti quando ad un certo punto, un ferro di cantiere, sepolto nel fango mi sgambetta. Inciampo anche se riesco a non cadere del tutto a terra, fermandomi con un mano sul vicino dosso scavato di fresco dalla pioggia della notte. Vengo circondato da un paio di ragazzi, uno di loro tira fuori dei fazzoletti di carta e mi pulisce la mano ma quando nota che non serve a nulla contro il fango nero e untuoso della “jungla” scappa via, gridandomi di aspettare. Quando, dopo qualche minuto, ricompare, lo riconosco: \u00e8 l’uomo che all’ingresso ci aveva aggrediti verbalmente. Ha in mano una bottiglia appena riempita d’acqua e mi lava le mani. Poi prende a camminare con me verso la “broken church” che finalmente comincia a mostrarsi all’orizzonte. Si scusa per il suo sfogo e mi racconta della sua disperazione: \u00e8 stato intervistato da molte tv negli ultimi mesi ma nulla \u00e8 cambiato alla “jungla” che \u00e8 ormai una trappola dove restare a tempo indeterminato. \u00a0E’ un curdo mussulmano \u00a0– dice – eppure non pu\u00f2 accettare la distruzione della chiesa da parte della polizia.<\/p>\n Alla jungla, la polizia sta proteggendo l’attuazione del piano della locale Prefecture: creare una “buffer-zone”, una zona cuscinetto, tra la baraccopoli e l’autostrada. In sostanza per evitare che i rifugiati continuino a rallentare la corsa dei Tir per cercare di saltarci sopra e per fare in modo di avere una terra di nessuno, brulla e sgombra, quindi pi\u00f9 facilmente sorvegliabile. Oggi le ruspe non hanno risparmiato nemmeno una chiesa, ecco cos’era la “broken church” che aveva fatto infuriare il mio nuovo amico curdo e che il giorno dopo finir\u00e0 sulla prima pagina del quotidiano della regione. Girando intorno al campo, scoprendolo sempre pi\u00f9 grande, arriviamo nella zona dei container. Sono tanto bianchi da riflettere la luce opaca delle nubi di Calais. La Prefecture li ha fatti installare da un paio di settimane e gli operai continuano a lavorare a nuovi\u00a0collegamenti alle fogne e all’acquedotto. Queste strutture hanno dell’irreale, sembrano astronavi candide e immacolate scese per caso tra le dune atlantiche di questa ex-discarica e le baracche da bidonville africana, piantate nel fango del nord Europa.<\/p>\n Ci avviciniamo all’ingresso, senza entrare, e veniamo allontanati a forza di grida. Una delle guardie private esce dal suo gabiotto e urla\u00a0“no camera” tentando di spostare l’obiettivo, sembra un invasato. Mi avvicino all’operatore e allontano (con poche e decise parole) il bullo in divisa, spiegandogli che quella \u00e8 nostra propriet\u00e0 e non ha in diritto di toccarla. Poco pi\u00f9 avanti continuiamo a riprendere il campo container attraverso la sua recinzione, del resto se ci potevano essere delle esigenze di sicurezza (mah!?) legate all’ingresso che pure il bullo non \u00e8 riuscito a spiegarci, ora non ci pu\u00f2 essere alcun motivo per impedirci di riprendere. Inoltre siamo su suolo pubblico e riprendiamo tutto ci\u00f2 che \u00e8 visibile dall’esterno, non \u00e8 mica un’operazione di spionaggio! Il bullo riappare e continua a gridare attraverso la recinzione, a questo punto gli spiego (con un tono di voce analogo al suo) che non pu\u00f2 impedirci di fare il nostro lavoro, che la libert\u00e0 di stampa va rispettata e cos\u00ec via. Se uno di quelli che passa la sua giornata a controllare l’accesso al campo “spaziale” si comporta cos\u00ec con dei giornalisti bianchi, occidentali, europei come si comporter\u00e0 con dei rifugiati, dalla pelle pi\u00f9 o meno scura e senza alcun diritto? La risposta mi sembra aiuti a comprendere perch\u00e8 il campo “spaziale” pur avendo condizioni infinitamente superiori a quelle della “jungla” a pochi metri di distanza, in realt\u00e0 sia semi-deserto. Tra l’altro ai rifugiati viene chiesta una registrazione biometrica (l’impronta non dei polpastrelli ma del palmo della mano) che dovrebbe servire solo a gestire gli ingressi al campo ma che ha suscitato molti sospetti tra i profughi, amplificando la loro paura di venir registrati in un Paese diverso dalla Gran Bretagna dei loro sogni. Senza considerare che la struttura \u00e8 solo un dormitorio, non ha cucine n\u00e8 altri servizi come le lavanderie che invece – per quanto nello squallore totale – le tende e le baracche possono offrire.<\/p>\n Circumnavigare\u00a0la “jungla” \u00e8 stato\u00a0un viaggio di qualche\u00a0ora ma carico di rivelazioni e scoperte.<\/p>\n <\/p>\n <\/p>\n <\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":" [vimeo 154309777 w=500 h=281] Fango Francese from Nico Piro on Vimeo. Chiudo questa serie di post sulla mia trasferta nel nord della Francia, raccontando il dietro le quinte di una delle nostre giornata ne “la jungle”. Una serie di episodi “personali” magari utili\u00a0a capire le tante contraddizioni della crisi rifugiati. 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\nAll’inizio sembra di stare in Sierra Leone, con gli onnipresenti bidoni di ipoclorito di sodio per disinfettarsi la mani e “bruciare” il virus dell’Ebola. Poi ti viene da pensare ad una procedura di sanificazione\u00a0delle strade per via delle vicinanza con il campo. Invece all’ingresso della “jungla”, passato il cavalcavia sul quale scorre l’autostrada da e per gli imbarchi, il tanfo di fango, legno marcio, rifiuti putridi e cucine approssimative svela che quel puzzo di cloro \u00e8 solo figlio della fabbrica pi\u00f9 vicina.
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\nAll’ingresso della “jungla”, comincia sulla destra il “viale” sul quale si aprono ristoranti e negozi. Ormai questo non \u00e8 pi\u00f9 un campo di fortuna, \u00e8 un vero e proprio villaggio, una baraccopoli come alla periferia di Freetown o di Nairobi. Le condizioni di vita sono terribili ma a vedere i tanti punti acqua, l’illuminazione del\u00a0“viale”\u00a0per la notte, la ditta comunale che pulisce le latrine chimiche persino questo squallore sembra lusso rispetto al campo di Grande-Synthe, quaranta chilometri a nord-est nei pressi di Dunkerque. “E’ com’era la jungla all’inizio” commentano in molti, il campo di Calais \u00e8\u00a0nato pi\u00f9 o meno dieci anni fa e oggi ci vivono all’incirca 5000 persone o almeno questa \u00e8 la stima prevalente.<\/p>\n
\nDi fronte ad uno dei ristoranti afghani, ho l’idea di giocarmi la carta del dhar\u00ec. Entro e comincio a parlare in afghano, chiedo al cuoco-gestore come sta, come si chiami, da quale provincia venga e cos\u00ec via. Almeno non mi caccia via subito.
\nQuando gli dico che sono un giornalista italiano (e intanto il mio arrugginito dhar\u00ec era arrivato al capolinea) comincia a parlare un po’ nella nostra\u00a0lingua\u00a0perch\u00e9 \u00e8 stato in Italia prima di andarsene alla ricerca di lavoro. Faccio entrare Michele e finalmente si comincia a lavorare.<\/p>\nCalais \u00e8 ormai una zona militarizzata. Tutti i punti di possibile passaggio verso il Regno Unito sono difesi da almeno due barriere di rete metallica, alta – ad occhio – quattro metri \u00a0e coronata dal filo spinato. Vale per il tratto finale dell’autostrada verso il porto, per lo scalo merci dell’Eurotunnel, per la stazione del TGV, per i moli dei traghetti per Dover. Alla\u00a0rete, si affianca la sorveglianza elettronica con scanner termici per individuare “esseri umani” tra le merci\u00a0dei TIR e le telecamere a visione notturna. La sorveglianza umana \u00e8 altrettanto intensa. Dall’autunno scorso, sono arrivati i rinforzi da Parigi:\u00a0nuclei speciali della polizia e agenti anti-sommossa, sono piazzati strategicamente in ogni possibile punto di passaggio.
\nCe ne vorrebbero altrettanti per fermare i trafficanti che vendono passaggi a 4000 sterline a cranio, un business che sembra scorrere come sempre.<\/p>\n
\nLa polizia francese in questi giorni di lavoro ci ha fermato una volta. Su uno dei cavalcavia nei pressi della stagione del TgV dove ci muovevamo – desumo – con fare sospetto (avanti e indietro ripetutamente, in realt\u00e0 solo per trovar l’angolo giusto per le riprese). Due camionette del nucleo investigativo ci hanno affiancato e fermato,\u00a0un controllo condotto con grande professionalit\u00e0 e rispetto. In tutte le altre occasioni in cui abbiamo chiesto agli onnipresenti presidi della celere di fare riprese, ci hanno sempre dato il via libera senza accampare motivi di sicurezza.
\nAnche nel corso di questa operazione di abbattimento, il capo del nucleo ci fa segno che possiamo passare il primo cordone di sicurezza per fare il nostro lavoro. Niente da dire, una prova di professionalit\u00e0 almeno verso la stampa (ci sono forti polemiche invece per violenze sui rifugiati).<\/p>\n
\nNon contento, il bullo comincia a minacciare con frasi da chi ha visto troppi film d’azione. Dopo poco ce lo ritroviamo dal nostro lato, al di qua della rete, si avvicina ad un centimetro dalla mia faccia ma non riesce ad intimorirmi, tenta anche di spintornarmi ma alla fine se ne torna indietro in buon ordine capito che non ero esattamente un cliente facile.
\nIntanto intorno a noi si era\u00a0radunata una piccola folla di rifugiati che, ovviamente, tenevano per me, mentre altre due guardie private – abbastanza imbarazzate – restavano in silenzio di fronte alla sceriffata del bullo.
\nNonostante le conseguenze minime sulla nostra incolumit\u00e0, \u00e8 un episodio gravissimo.<\/p>\n